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Circolo Culturale Excalibur

E-Mail: excaliburitalia@libero.it
May 27

LA LEGA E L'AMBIENTE

 

L'AMBIENTE NON VOTA, MA GLI AMBIENTALISTI SI

di Gianfredo Ruggiero

 


 

Sui tabelloni elettorali è apparso in questi giorni un bellissimo manifesto della Lega con scritto “Basta cemento, difendiamo la terra dei nostri Padri”.

Da ambientalisti non possiamo che condividere tale proclama e saremmo pronti a sostenere il partito Bossi se non fosse che… la Lega è la stessa che lo scorso anno tentò, tramite il suo assessore regionale al territorio Boni, di fare passare un emendamento, subito definito “ammazza parchi” e fatto ritirare a furor di popolo, che se approvato avrebbe consentito di edificare all’interno dei Parchi Naturali Lombardi.

La Lega è sempre la stessa quando sostiene a spada tratta il progetto per la costruzione della Terza Pista di Malpensa, una immensa colata di cemento e asfalto in una delle poche aree verdi sopravissute al nuovo aeroporto.

Sempre a proposito di Malpensa la Lega ha condiviso una legge regionale, il Piano D’Area Malpensa, che ha permesso di aggirare i vincoli ambientali e i piani regolatori comunali per costruire di tutto: dai centri logistici per lo stoccaggio delle merci provenienti dalla Cina, ai grandi alberghi per improbabili turisti; dai mega parcheggi, agli immancabili centri commerciali, dove? Nel pieno del Parco del Ticino, naturalmente! Zona classificata dall’UNESCO come riserva naturale della Biosfera.

Mentre ha scelto il profilo basso sulla nuova autostrada del Nord, la Pedemontana, con il suo seguito di capannoni industriale e centri commerciali da realizzarsi in una delle zone più urbanizzate  e inquinate d'Italia.

Evidentemente ai leghisti più che la terra dei nostri padri interessano i voti degli ambientalisti e degli elettori distratti. Dubito che li avranno.

 

 

Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Excalibur - Varese

 

May 03

DARWIN E IL RAZZISMO

 
 
LE ORIGINI ILLUMINISTE DEL RAZZISMO MODERNO
E DELLA SCHIAVITU' AMERICANA
Gianfredo Ruggiero
 

La pubblicazione, nel 1859, del celebre libro di Charles Darwin “L’origine delle specie” destò grande interesse negli ambienti accademici illuministi.

Concetti cardine dell’impianto darwiniano come “selezione naturale, sopravvivenza del più adatto e il termine di “razza favorita” furono infatti accolti con grande entusiasmo tanto dai teorici del razzismo, quanto dai sostenitori del libero mercato e della supremazia della razza bianca i quali trovarono, nelle teorie evoluzioniste, una inaspettata sponda scientifica.

George Mosse nel suo libro “Il razzismo in Europa: dalle origini all’olocausto” afferma che culla del razzismo moderno è stata l’Europa del XVIII secolo, quando il pensiero illuminista  iniziò ad affermarsi e a condizionare la cultura e i costumi dell’epoca.

Nel “secolo dei lumi” si sviluppò in campo scientifico e filosofico e, di conseguenza, politico un ampio dibattito che portò all’accettazione del principio razzista.

L’antropologo inglese Edward Tyson individua nei neri - e più precisamente nei pigmei - “l’anello mancante” tra la scimmia antropomorfa e l’uomo, collocando i neri al livello più basso dell’ipotetica scala evolutiva, mentre Arthur De Gobineau, teorico francese vissuto nella metà del diciannovesimo secolo e autore del “Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane”, interpreta la storia umana affermando che la purezza della razza determina la capacità di sopravvivenza e di dominio sulle popolazioni inferiori. Concetto poi ripreso dall’ideologo del nazismo Rosemberg e dagli assertori dell’eugenetica.

In epoca illuminista sorsero nuove scienze come la frenologia e la fisiognomica tese a dimostrare lo stretto legame tra l’aspetto fisico, ed in particolare la struttura del cranio e l’angolo facciale, e le qualità  psichiche e la personalità dell’individuo. La bellezza ariana era infatti considerata sinonimo di forza spirituale e potenza generatrice.

L’italiano Cesare Lombroso, padre dell’Antropologia Criminale e strenuo assertore del Darwinismo Sociale, nel  1876 pubblicò “L'uomo delinquente”, in cui affermava che i criminali portano in se tratti anti-sociali dalla nascita, per via ereditaria e che i loro caratteri degenerativi, che li differenziano dall’uomo normale e socialmente inserito, sono manifesti nella loro struttura fisica. Fu di conseguenza un convinto sostenitore della pena di morte per i criminali e dell’eugenetica per i disadattati al fine di bloccarne la discendenza. L’aspetto singolare è che il Lombroso, che oggi non esiteremmo a definire razzista, nasce da una facoltosa famiglia ebraica.

Il filosofo illuminista David Hume scrivevano nel 1754 che “non è mai esistita una nazione civilizzata che non fosse bianca: sono portato a sospettare che i negri, e in generale tutte le altre specie umane, siano per natura inferiori ai bianchi”.

Altri pensatori illuministi Diderot, D’Alembert e Voltaire avevano rifiutato l’idea che bianchi e neri discendessero da un medesimo progenitore.

Lo stesso Voltaire, padre della democrazia, trovava normale investire i proventi della vendita dei suoi libri nelle compagnie dedite alla tratta dei negri. A conferma di come i principi di libertà, fratellanza ed uguaglianza proclamati dai filosofi illuministi e sanciti nel sangue della Rivoluzione francese riguardassero solo la razza bianca.

Fu grazie alle teorie evoluzioniste che in occidente si sviluppa una nuova variante del razzismo, quello scientifico, che ha portato in Europa al neocolonialismo e in America alla segregazione razziale, ad accettare lo sterminio dei pellirosse e a comprendere la schiavitù.

La schiavitù, si può obiettare, è sempre esistita. E’ vero, ma a differenza di quella dei secoli passati che riguardava i prigionieri di guerra o i debitori - che tuttavia potevano riacquistare la libertà una volta saldato il debito o per concessione del padrone - la schiavitù moderna, di estrazione illuminista, considera i neri alla stregua di animali domestici, privi di qualsiasi umano diritto e di conseguenza destinati, compresi i loro figli, a servire l’uomo bianco per tutta la vita.

Un capitolo a parte riguarda la tratta dei neri che raggiunse in America i massimi livelli nel 1750 con oltre 80 mila “importazioni”. Nei primi anni del secolo successivo l’America, vietò questa pratica, ma lo fece in maniera truffaldina e senza mettere in discussione il principio razzista, infatti aggirò l'ostacolo adottando una politica a favore della natalità dei neri presenti sul suolo americano. Così da importatori di schiavi l'America si trasformò improvvisamente in un paese di "allevatori di schiavi". I figli degli schiavi e le generazioni future, infatti, mantenevano tale condizione. La schiavitù in America fu definitivamente abolita solo nel 1865 con il 13° emendamento, ma non la segregazione razziale che rimase in vigore fino ai primi anni sessanta. Interessante notare che negli stessi anni in cui la schiavitù veniva abolita lo sterminio delle popolazioni pellirosse veniva invece avallato a dimostrazione di come le teorie razziste e della supremazia della razza bianca fossero ben radicate nella cultura americana.

Se in America il razzismo si manifestò sotto forma di schiavitù, di segregazione razziale e di genocidio dei pellirosse, in Europa ebbe la sua espressione più violenta nella dottrina e nella politica del nazismo, dove l'antiebraismo fu uno dei punti centrali del programma hitleriano basato sulla purezza della razza ariana.

La teoria di Darwin della selezione naturale, sostenendo la prevaricazione della razza più forte (più adatta)  rispetto a quella più debole e giustificandola come necessità naturale, aveva dato inoltre origine al "darwinismo sociale", che permise ai borghesi conservatori di ieri e ai sostenitori del libero mercato di oggi di affermare che le disuguaglianze sociali sono inevitabili necessità naturali.

In definitiva sia Hitler con la superiorità ariana, sia gli americani con lo sterminio dei pellirosse, la schiavitù e la segregazione razziale non hanno inventato nulla, hanno solo portato alle estreme conseguenze le teorie razziste già presenti in occidente e che nell’evoluzionismo di Darwin – sulla cui credibilità non entro nel merito, lo farò in un successivo intervento -  hanno trovato nuova linfa, un formidabile sostegno scientifico ed una insperata giustificazione morale.  Il razzismo di estrazione forte (più adatta)  rispetto a quella più debole e giustificandola come necessità naturale, aveva dato inoltre origine al "darwinismo sociale", che permise ai borghesi conservatori di ieri e ai sostenitori del libero mercato di oggi di affermare che le disuguaglianze sociali sono inevitabili necessità naturali.

In definitiva sia Hitler con la superiorità ariana, sia gli americani con la segregazione razziale non hanno inventato nulla, hanno solo portato alle estreme conseguenze le teorie razziste già presenti in occidente e che nell’evoluzionismo di Darwin hanno trovato nuova linfa, un formidabile sostegno scientifico ed una insperata giustificazione morale.  

 

Gianfredo Ruggiero, presidente Excalibur

 

 

 

 

 

 

 

 

April 12

Un filosofo scomodo

 
 
  GIOVANNI GENTILE

Di Gianfredo Ruggiero


Il 15 aprile del 1944 veniva vigliaccamente assassinato da un gruppo di partigiani antifascisti Giovanni Gentile, uno dei più grandi filosofi italiani del novecento.

Giovanni Gentile fu, con Benedetto Croce, l’esponente principale del neoidealismo italiano. La sua visione del mondo, quella di un Umanesimo del Lavoro capace di realizzare un’autentica giustizia sociale, lo portò a rielaborare in forma organica l’idealismo di Hegel.

Il suo nome è legato alla prima (e a tutt’oggi unica) riforma organica della scuola italiana, affidando all’insegnamento della filosofia e delle materie umanistiche un ruolo centrale nello sviluppo pedagogico dello studente; all’Enciclopedia italiana (con G. Treccani) alla cui realizzazione Giovanni Gentile chiamò, al di sopra delle parti, le massime autorità scientifiche dell’epoca senza alcuna distinzione di credo politico affinché quest’opera monumentale (36 volumi) rappresentasse la summa del sapere italiano; alla Normale di Pisa, ristrutturata, potenziata e resa di gran prestigio.

L’influenza di Gentile sulla cultura italiana, accresciutasi nel tempo per merito delle sue pubblicazioni, delle iniziative con Benedetto Croce e della produzione della sua scuola filosofica, fu enorme e si estese anche grazie agli innumerevoli incarichi che ricoprì durante il regime fascista, cui aderì con entusiasmo e coerenza. Va ricordato, a riguardo, l’estensione del ”Manifesto degli intellettuali italiani fascisti” (che sancì la definitiva rottura con Croce) che recava firme illustri tra cui quelle di Luigi Pirandello, Gioachino Volpe, Curzio Malaparte, Filippo Tommaso Marinetti, Enrico Corradini e Giuseppe Ungaretti. Fu direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, presidente dell’Accademia d’Italia e Ministro della Pubblica Istruzione durante il primo governo Mussolini (1922-1924).

Nell’esperienza storica avviata da Mussolini, Giovanni Gentile vide quella sintesi tra pensiero e azione necessaria per portare a compimento il processo risorgimentale (depurato dalle scorie del liberalismo e superate  le contraddizioni del socialismo) e gettare le basi per la costruzione di uno Stato moderno: lo Stato Nazionale del Lavoro.

Dopo la crisi del 25 luglio 1943, aderì alla Repubblica Sociale Italiana come atto di fede nella capacità rigeneratrice dell’Italia e di stima per Benito Mussolini. Sapeva, come moltissimi giovani che risposero all’appello del Duce, che difficilmente sarebbe sopravvissuto a quell’avventura e che, viceversa, si sarebbe salvato standosene tranquillo in disparte.

Fece opera di riconciliazione tra le parti per evitare una guerra fratricida che avrebbe (cosa che puntualmente avvenne) diviso gli italiani per generazioni.

L’assassinio giunse a ciel sereno: c’erano state solo alcune minacce alla rivista fiorentina da lui diretta ed estese ai suoi collaboratori, fra cui spiccavano i nomi di Ardengo Soffici e del futuro leader repubblicano Giovanni Spadolini e alcuni attacchi volgari dai microfoni di radio Londra.

La morte di Gentile, cui seguì la demolizione intellettuale e morale di Benedetto Croce, fu voluta soprattutto da Togliatti per sgombrare il campo filosofico nella prospettiva di un’egemonia culturale marxista e fece tirare un sospiro di sollievo ai tanti intellettuali antifascisti che, come afferma Paolo Mieli nel suo saggio ”Una rilettura liberale di Giovanni Gentile”, durante il regime poterono campare scrivendo.

La grandezza postuma di Gentile non sta solo nella sua statura di pensatore e uomo di cultura, ma anche nell’aver tenuto ferme, fino alle estreme conseguenze, le proprie idee: una coerenza che per quanti si schierano a destra dovrebbe essere d’esempio soprattutto oggi, nel momento in cui, come dice una bella canzone della Compagnia dell’Anello, ”stiamo buttando alle ortiche, per inseguire il potere, la nostra Fede più antica e le ragioni piu’vere”.

  Gianfredo Ruggiero, Presidente del Circolo culturale Excalibur - Varese

April 01

I NUOVI VALORI DELLA DESTRA

 

 IDEALI DI CONSUMO

  di Gianfredo Ruggiero


 

 All’ultimo congresso di An Gianfranco Fini afferma perentorio: “porteremo i nostri valori nel Pdl”. Ma quali sarebbero questi “valori” si è ben guardato dal dirlo.

Sono i valori di partecipazione, socializzazione, giustizia sociale, umanesimo del lavoro, identità e sovranità nazionale che hanno caratterizzato la Destra Sociale italiana o sono quelli di liberalismo, individualismo, globalizzazione e americanismo sfrenato incarnati da Berlusconi?

A parte i soliti richiami alla solidarietà, alla famiglia e alle fasce deboli - concetti buoni per ogni circostanza e validi per ogni partito - i termini che sono riecheggiati in sala sono quelli del capitalilismo classico conditi da quel tanto di patriottismo utile per scaldare la platea.

Richiami che si scontrano con la realtà di una destra di governo favorevole all’immigrazione di massa e indifferente alla sorte dei nostri disoccupati, che sorvola sullo scandaloso fenomeno della delocalizzazione delle Aziende, che accetta la totale dipendenza della nostra politica estera da quella americana, che assiste compiaciuta al definitivo smantellamento dello stato sociale e che considerare l’ambiente come un fastidioso ostacolo al progresso.

La destra è ora diventata moderna. Parla con competenza di meritocrazia, di mercati globali, di alta finanza e di libero mercato, siede nei salotti buoni dove sfoggia tutta la sua acquisita conoscenza, s'intende con banchieri e industriali e snobba gli operai. Ha perfino imparato a parlare senza dire nulla come i vecchi democristiani.

Per sembrare più vicina all’America parla di pugno duro e tolleranza zero e magari, quando sarà più matura, anche di pena di morte. Nessun accenno invece alle cause del progressivo imbarbarimento della nostra società per non mettere in discussione il modello americano e irretire gli alleati.

“Non rinunceremo mai ai nostri principi e valori”. Rincarano i colonnelli di Fini e giù applausi... Ma in platea avranno capito quali sono?

 

Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Excalibur - Varese

March 21

IMMIGRAZIONE E CONVENIENZE

 

GLI IMMIGRATI  SONO UNA RISORSA…PER CHI?

Gianfredo Ruggiero

 

L'immigrazione è generalmente considerata una risorsa, io invece la considero una sconfitta, anzi una duplice sconfitta.

Una sconfitta per i paesi d’origine che si dimostrano incapaci di assicurare un futuro ai loro figli costringendoli ad abbandonare la propria terra, i propri affetti, le proprie abitudini  per cercare fortuna, dopo aver rischiato a vita a bordo di una carretta del mare, in paesi spesso inospitali. Come accadeva ai nostri nonni, quando con la valigia di cartone legata con lo spago in mano, leggevano esterrefatti all’ingresso dei bar della Svizzera interna cartelli con scritto: “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”.

Rappresenta una sconfitta per i paesi di approdo per gli inevitabili conflitti sociali che ne derivano quando, come nel nostro caso, il fenomeno raggiunge proporzioni di massa. Il telegiornale lo vediamo tutti i giorni e cos’è se non un bollettino di guerra? Questo accade perchè insieme agli immigrati che sbarcano a frotte sulle nostre coste con i migliori propositi ve ne sono tanti altri che giungono a noi con l’intento di delinquere. Come si fa a distinguerli? Non c’è l’hanno mica scritto in fronte che sono malviventi…. A questi si aggiungono coloro che un lavoro non lo trovano o che lo perdono e che, inevitabilmente, finiscono nei circuiti delinquenziali. Non è un caso che metà della popolazione carceraria sia costituita da extracomunitari. Non che gli italiani siano dei santarelli, tutt’altro e i fatti di cronaca lo dimostrano, ma agli spacciatori italiani si aggiungono gli spacciatori albanesi, agli stupratori italiani si aggiungono gli stupratori rumeni, alla mafia italiana si aggiunge quella cinese, russa e albanese. Senza contare la recrudescenza di rapine e furti nelle abitazioni nonostante la militarizzazione del territorio con telecamere ad ogni angolo di strada e forze di polizia, carabinieri, militari, vigili, vigilantes e ronde più o meno padane a presidiare i quartieri, (neanche durante il Fascismo c’era una presenza così massiccia e capillare di forze dell’ordine eppure, allora, si poteva dormire con le finestre aperte, mentre ora siamo costretti a barricarci in casa con allarmi e porte blindate…).

A questo punto dobbiamo domandarci a chi giova l’immigrazione, che molti si ostinano a considerare una risorsa, valutato l’altissimo costo sociale ed anche economico che tutti noi siamo chiamati a sostenere. Anche gli immigrati infatti si ammalano e vanno curati a spese dello Stato, le case popolari non bastano e ne vanno costruite di nuove anche per loro, davanti agli uffici degli assistenti sociali la coda dei disperati è sempre più scura. Adesso gli immigrati regolari versano i contributi, ma domani anche loro andranno in pensione e saranno a nostro carico.

La realtà è che l’immigrazione più che una risorsa per l’Italia è una convenienza per molti, come dimostra il paradosso che stiamo vivendo: da un lato italiani disoccupati o in cassa integrazione, famiglie alla disperazione e giovani senza futuro e dall’altro immigrati che invece un lavoro lo trovano. In tutti i settori della nostra economia dall’industria ai servizi, dall’artigianato all’agricoltura, troviamo stranieri che fanno gli stessi lavori degli italiani.

Perfino al sud, dove la disoccupazione è cronica, nella raccolta del pomodoro sono utilizzati quasi esclusivamente immigrati che accettano di lavorare dodici ore al giorno sotto il sole cocente di luglio per trenta/quaranta euro. E fanno pure i razzisti, infatti i cosiddetti caporali, anch’essi immigrati, ingaggiano solo i loro connazionali.

Al mercato, dietro le bancarelle si vedono sempre più facce orientali. Nelle case dei ricchi i domestici filippini sono d’obbligo (fanno tendenza). Fate caso ai camionisti, autotrasportatori e padroncini, vi accorgerete che sono quasi sempre stranieri.  Elettricisti, idraulici, imbianchini, cuochi, manutentori e magazzinieri parlano spesso lingue a noi incomprensibili….E siamo solo all'inizio.

Se gli immigrati un lavoro lo trovano e gli italiani no cosa significa? Che siamo diventati un popolo di lazzaroni? Che i nostri giovani non hanno più voglia di lavorare? Che consideriamo degradante perfino fare l’operaio? Sicuramente c’è del vero in queste affermazioni: molti italiani più che al lavoro ambiscono al posto, molti disoccupati lo sono solo per il fisco, molti figli piuttosto che sporcarsi le mani preferiscono farsi mantenere dai genitori… ma bastano queste considerazioni a spiegare un fenomeno, quello dell’immigrazione più o meno clandestina, regolare o irregolare che sia, in forte e continua crescita?

La verità è che gli stranieri, come accennato nel caso della raccolta del pomodoro, a prescindere dal tipo di occupazione, sono preferiti sempre di più agli italiani. I nostri imprenditori scelgono gli immigrati per il semplice motivo che costano meno e rendono di più. Sono disponibili a lavorare in nero, non fanno storie quando gli si chiede di lavorare 10/12 ore al giorno per poche centinaia di euro, per dormire si accontentano di una branda in una fabbrica abbandonata o sono disposti a lasciare parte del loro magro compenso al datore di lavoro per un posto letto in un tugurio, se cadono dall’impalcatura nessuno se ne accorge, nei laboratori clandestini dove si produce per le grandi firme i cinesi vivono e dormono sul posto lavoro….tutte condizioni indegne per un paese civile, ma accettabili per chi proviene dall’Africa più nera o dai balcani squassati dalla guerra o dalla Cina dei campi di lavoro e che fanno la fortuna dei tanti, tantissimi imprenditori italiani senza scrupoli e coscienza.

Gli extracomunitari che trovano un’occupazione regolare sono invece preferiti agli italiani perché si dimostrano più bravi, più volenterosi e maggiormente motivati: sanno che se perdono il lavoro si giocano il permesso di soggiorno e questo li porta a sopportare qualunque sopruso e a qualsiasi richiesta del padrone italiano rispondono sempre di si.

Perfino negli ospedali troviamo infermieri stranieri. Questo non perché gli italiani considerino il lavoro nelle corsie degradante, basta andare in Svizzera dove sono pagati meglio per capirlo, ma perché le assunzione avvengono tramite gare d’appalto affidate alle cooperative che per abbassare i costi utilizzano infermieri dell’est, diplomati e spesso laureati. Lo stesso accade nell’edilizia dove una volta i dialetti più diffusi erano il meridionale e il bergamasco adesso è invece una babele di lingue. La distribuzione dei volantini e delle rubriche telefoniche, che in passato permettevano ai nostri ragazzi di arrotondare la paghetta e, in alcuni casi, di mantenersi agli studi, è affidata esclusivamente agli immigrati.  

Fino a qualche anno fa gli industriali del nord poteva scegliere tra un lavoratore lombardo ed uno meridionale. Adesso hanno di fronte un lombardo, un meridionale ed un extracomunitario. Chi si offre a meno?

Il partito di Bossi ha sponsorizzato un film sulle 5 giornate di Milano, per le comparse chi pensate abbiano utilizzato, giovani padani? Neanche per sogno, un migliaio di rumeni ingaggiati direttamente nel loro paese. La giunta provinciale di Varese a guida nordista non ha battuto ciglio quando, per i mondiali di ciclismo dello scorso anno, il ricco mercato dei gadget è stato affidato a ditte cinesi invece che alle industrie del nord (e poi tappezzano le nostre città con manifesti con cui denunciano l’invasione dei prodotti made in China).

Anche in questo caso le ragioni del soldo prevalgono su tutto, anche sulla fede padana.

A Milano intieri quartieri sono in mano ai cinesi che hanno acquistato, pagando in contanti e senza battere ciglio, appartamenti e attività commerciali. Da chi comprano immobili e negozi se non da quegli stessi italiani che poi si lamentano per la loro presenza?

Per non parlare di Malpensa dove tutto passa attraverso pseudo cooperative che per attività manuali quali catering, pulizie e facchinaggio utilizzano quasi esclusivamente extracomunitari, gli unici in grado di accettare condizioni di lavoro da terzo mondo.

Quando i nostri industriali, partiti e sindacati lanciano l’allarme occupazione, quando il governatore di Bankitalia Draghi si straccia le vesti per i contratti a termine che non saranno rinnovati, quando il governo con i nostri soldi sostiene l’industria dell’auto e la cementificazione del territorio….quando gli uomini che contano ci esortano a creare nuovi posti di lavoro a chi si riferiscono, agli italiani o agli immigrati?

Tutti noi siamo chiamati a fare sacrifici, ma a quale scopo, per dare un futuro ai nostri giovani, per dare un lavoro ai nostri disoccupati o per sostenere l’immigrazione ad esclusivo vantaggio di certi imprenditori?

Il buon senso ci porterebbe considerare gli italiani prima degli immigrati, come una madre  in caso di difficoltà aiuta prima suo figlio e poi il figlio di uno sconosciuto, invece la convenienza politica e le ragioni dell’economia - sempre più dominata dalla finanza e dalla logica del puro profitto - vanno da tutt’altra parte e stridono con i bisogni di un popolo in difficoltà creando, in aggiunta, le premesse per una sorta di guerra tra poveri a sfondo razziale che contrappone disoccupati italiani a immigrati sfruttati.

Alla base di questo fenomeno, solo in apparenza contraddittorio, vi sono convinzioni ideologiche e vantaggi economici che mettono d’accordo tutti: i partiti, da destra a  sinistra, gli imprenditori e anche la Chiesa. A farne le spese sono, come al solito, gli italiani.

Per la destra il principio cardine del capitalismo - il fatidico libero mercato - porta i nostri politici e imprenditori che si riconoscono pienamente in questa ideologia, a non fare distinzione tra italiani e stranieri. Per loro i lavoratori sono solo dei mezzi di produzione, una sorta di articoli di magazzino da usare quando servono e da eliminare quando diventano un costo. Se sono stranieri tanto meglio, rendono di più, costano di meno e si cacciano più facilmente e poi li fanno sentire moderni, democratici e altruisti….quasi, quasi dei benefattori.

Come faccia la destra di Fini a conciliare il suo decantato principio di identità nazione con la massiccia immigrazione è poi un mistero.

La sinistra, legata al mito della società multietnica, non pare interessata alle sorti dei nostri operai altrimenti si batterebbe per eliminare questa concorrenza sleale ai loro danni. Non lo fanno, gli eredi di Marx, per diluire la nostra identità e perché sono nostalgicamente legati al mito dell’uguaglianza: tutti uguali di fronte alla miseria. E poi pensano, o meglio si illudono, di indottrinarli facilmente per colmare i vuoti nelle fila dei loro tesserati.

La Chiesa, infine, per una mal compreso senso di solidaqrietà. Se per una madre suo figlio viene prima di tutto ed è disposta a qualunque cosa per il suo bene, per la Chiesa, che ha una visione sovranazionale e non si riconosce nel concetto di Patria, non vi è differenza tra italiani e  stranieri: sono tutti figli di Dio, quindi ben vengano i nuovi diseredati che si aggiungono ai nostri sofferenti, con la differenza però che i nuovi venuti una fede già ce l'hanno e non è quella cattolica...e poi, diciamola tutta, per alcune associazioni umanitarie coma la Caritas che percepiscono fior di quattrini dallo Stato per l'assistenza agli immigrati, l'immigrazione rappresenta un bel business.

Su queste considerazioni, che già di per sé basterebbero per squalificare i nostri politici e a comprendere l’affanno della Chiesa, sovrasta l’ideologia capitalista.

Il capitalismo appunto, malattia infantile di un’Europa alla deriva. Nato trecento anni fa dalla mente perversa di un economista fallito, certo Adam Smith, si esprime attraverso il principio del libero mercato. Libero mercato è la ricerca a tutti i costi della convenienza economica, a prescindere da qualunque considerazione di ordine etico, sociale, di interesse nazionale o di semplice buon senso.

Il capitalismo - da non confondere con la libertà d’impresa e con la proprietà privata che sono sempre esistiti in quanto insiti nella natura umana e che hanno contribuito allo sviluppo delle civiltà, quelle vere - ha un solo obiettivo, il profitto ed una sola regola, il mercato.

“Meno stato e più mercato”. Questo slogan demenziale ha portato, solo per fare alcuni esempi, a distruggere le nostre arance, le migliori del mondo, per importare gli agrumi da Israele e dalla Spagna, a multare i nostri allevatori per poi acquistare il latte dalla Francia, a chiudere le fabbriche in Italia per spostare la produzione all’estero, ad abbandonare interi settori manifatturieri per importare gli stessi prodotti da Cina, Pakistan o India, ed ora ad assumere immigrati.

E lo Stato? Tace e acconsente, anzi si compiace perché il principio del libero mercato è rispettato. Non fa nulla se dipendiamo sempre di più dall’estero, che non abbiamo più una nostra economia e che ci siamo legati a filo doppio a quella americana.

Dipendenza economica significa anche dipendenza politica, ne sono la riprova le 113 basi militari americane (alcune nucleari) sul nostro territorio e mantenute con i nostri soldi, gli oltre 10mila soldati italiani all’estero a sostenere, a nostre spese, le guerre volute da Bush, la nostra politica estera scodinzolante e il peso politico internazionale praticamente nullo.

L’Italia, anche nel recente passato, ha invece dimostrato di saper camminare con le sue gambe e di non aver bisogno d’immigrati per prosperare.  Durante gli anni trenta si è modernizzata ed ha primeggiato in tutti i settori dell’economia, nella tecnica e nella ricerca, nei difficili anni della ricostruzione ha saputo risalire la china fino a diventare una potenza economica. Tutto questo grazie allo spirito d’iniziativa ed alla voglia di fare dei nostri imprenditori che credevano nella loro attività, perché consapevoli che facendo grande la loro impresa facevano grande l’Italia e grazie all’impegno dei nostri operai e impiegati che vedevano nella fabbrica la loro seconda famiglia. Lavoravano duro, ma con la tranquillità del posto fisso e la certezza della pensione. Agevolati in questo dai governanti dell’epoca il cui unico obiettivo era il bene dell’Italia e degli italiani.

Se oggi, come vogliono farci credere, la nostra economia dipende dagli immigrati è perché la nostra classe imprenditoriale ha perso la sua coscienza sociale e il suo amor di Patria per abbracciare l’ideologia capitalista. Con il pretesto della “competitività sui mercati internazionali” (bella frase) i nostri capitani d’industria, a seconda della convenienza, assumono mano d’opera immigrata per abbassare i costi, trasferiscono all’estero la produzione, oppure si convertono in semplici e redditizi importatori dalla Cina. In altri casi (vedi Cirio e Parmalat) usano gli utili d’impresa per avventate speculazioni di borsa che trascinano nel baratro aziende sane. Scandaloso è il comportamento della Fiat che dopo aver usufruito per decenni di aiuti di Stato sposta la produzione dei suoi modelli di punta in Polonia e Brasile. L’Indesit, altro esempio eclatante di questi giorni - ma l’elenco potrebbe continuare a lungo - incassa il sostegno del governo alla vendita di elettrodomestici e come ringraziamento chiude il suo stabilimento in Italia, licenzia gli oltre 600 lavoratori e riapre in Polonia. E il governo? E i nostri politici di destra e di sinistra? E i sindacati? Non hanno nulla da dire? La stessa opinione pubblica, sempre più rassegnata e resa apatica, non reagisce, allarga le braccia e continua a subire.

Anche il sud del mondo non va certo meglio, sta infatti soffrendo anch’esso le conseguenze nefaste del capitalismo globalizzato. Dopo le rapine delle potenze coloniali dei secoli scorsi, nei Paesi dei terzo mondo privi di risorse naturali si era avviata un’economia di sussistenza, semplice e primitiva, ma che garantiva a quelle popolazioni stremate dalla fame perlomeno la sopravvivenza e creava i presupposti per un successivo sviluppo. Quello che si produceva in agricoltura, pastorizia e pesca serviva principalmente a loro e solo le eccedenze venivano esportate.

Poi sono arrivate le multinazionali che con il pretesto degli aiuti umanitari hanno imposto le monocolture e la scandalosa produzione dei biocarburanti (coltivazioni per ricavarne benzina e gasolio) destinate esclusivamente all’esportazione. Tutto ciò di cui quelle popolazioni avevano bisogno e che in precedenza producevano in proprio viene ora importato, naturalmente dalle stesse multinazionali e pagato a caro prezzo.

E qui entrano in gioco il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale prodighi di prestiti subordinati alla completa trasformazione dell’economia di sussistenza in economia di mercato per l’esportazione. In più, parte di quel fiume di dollari che legano a filo doppio quei paesi condannandoli a pagare per sempre tassi d’interesse usurai, finiscono nelle casse dei dittatorelli di turno che li usano per acquistare armi, vendute naturalmente dagli occidentali e così quei dollari ritornano da dove sono venuti. Rappresentativa è l’immagine del bambino africano denutrito con al suo fianco il miliziano ben pasciuto, che spara all’impazzato a bordo di una camionetta. Manca il cibo, ma non le armi, manca l’acqua, ma non la benzina per i militari.

Non va meglio per i paesi del sud più progrediti. Sono diventati anch’essi preda del capitalismo mondializzato che impianta fabbriche per la produzione dei soli beni di largo consumo per l’occidente, il resto deve essere importato a caro prezzo e, anche in questo caso, il cerchio si chiude ad esclusivo vantaggio delle multinazionali.  Questa è quella che gli economisti chiamano globalizzazione e che molti confondono con la libera circolazione degli uomini e delle idee, quando invece la globalizzazione o mondialismo altro non è che l’estensione planetaria del libero mercato, gestito dalla multinazionali e controllato dall’alta finanza.

Non è un caso che le due più grandi crisi, quella del ’29 e quella attuale, siano di origine finanziaria e che siano partite dall’America, sede delle maggiori corporations e dei grossi gruppi che controllano il mondo. In entrambi i casi operazioni di borsa avventate e bolle speculative fuori controllo hanno causato danni irreparabili alle economie reali di tutti i paesi.

Interessante, riguardo alla crisi del 1929, è il caso dell’Italia che fu appena sfiorata da quel ciclone. In quegli anni tutte le economie occidentali di stampo capitalista furono colpite da una recessione spaventosa che portò alla disoccupazione di massa - basti pensare ai 6milioni di disoccupati della Germania e al tasso di disoccupazione dell’America che passò dal 4 al 25% mentre i tre quarti dei contadini furono ridotti alla fame – all’iperinflazione che obbligò la Repubblica di Weimar ad emettere una banconota da 5miliardi di marchi, che tuttavia non bastava per acquistare il pane (chi aveva la fortuna di trovarlo), all’aumento impressionante della violenza di strada, suicidi, alcolismo, famiglie alla disperazione e giovani allo sbando.

L’Italia invece ne rimase indenne, questo perché il regime fin dal suo avvento si adoperò per gettare le basi di una solida economia nazionale finalizzata, per quanto possibile, all’autosufficienza, soprattutto in campo alimentare e riparata dai grandi giochi internazionali di borsa (vedi il rafforzamento della lire sulla sterlina, la cosiddetta quota novanta).  Ricordate la tanto sbeffeggiata campagna per il grano? Ebbene servì a ridurre la dipendenza dall’estero, a risanare terre incolte e a dare lavoro ai nostri contadini, anche se si sapeva benissimo che importare il grano dall’Argentina costava meno.

Un vasto piano di opere pubbliche e di risanamento ambientale contribuì ad assorbire la disoccupazione e a rilanciare l’economia e, cosa non secondaria, a sottrarre manovalanza alla Mafia che fu costretta, anche grazie al pugno duro del Regime, ad espatriare in America dove trovò, non a caso, terreno fertile (salvo poi ritornare in Patria a “liberazione” avvenuta).

Ma fu soprattutto lo Stato Sociale a mettere al riparo i nostri lavoratori dai contraccolpi della crisi internazionale. Istituiti come l’INPS, l’INAL, l’Istituto Case Popolari, l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, l’assistenza sanitaria gratuita e la scuola pubblica accessibile a tutti, gli assegni familiari, la scala mobile per l’adeguamento dei salari, i contratti collettivi di lavoro, le ferie pagate, la liquidazione, le colonie estive per i figli degli operai e altro ancora permisero di limitare i danni e a dare serenità agli italiani, nonostante la soppressione dei partiti.

Altri Istituti come l’IRI e il CNR aiutarono le industrie in crisi a riconvertirsi. Il controllo dello Stato sulle banche e la nascita di grandi istituti bancari come il Credito Italiano fecero il resto.  Tutti interventi estranei ai principi dell’economia di mercato e in contrasto con i dogmi del capitalismo.

Lo Stato Sociale fascista fu poi malamente ripreso da Roosevelt con il cosiddetto New Deal che, applicato in un contesto capitalistico come quello americano, non sortì alcun effetto, infatti la depressione si protrasse fino al 1940 e solo l’entrata in guerra, con il conseguente impulso derivante dall’industria degli armamenti, permise all’America di uscire dalla crisi. Ancora oggi la produzione delle armi esportate in tutto il mondo (a sostegno della democrazia, si dice) rappresenta una voce primaria per l’economia USA.

Ora ci risiamo, ancora una volta il giocattolo degli economisti si è rotto e tutti ne facciamo le spese. Solo che non siamo negli anni trenta, quel poco di Stato Sociale rimasto è degenerato nell’assistenzialismo e i nostri politici, sindacati e imprenditori non sanno vedere oltre il capitalismo, per giunta assistito e parassitario.

Come uscirne? Basta superare l’ideologia e tornare al buon senso, agendo da subito sulla leva fiscale per incentivare l’assunzione dei nostri disoccupati: meno contributi a chi assume italiano e più tasse a chi impiega mano d’opera straniera e maggiori sanzioni per chi l’utilizza in nero. Vedrete che, a parte l’accusa di razzismo dei soliti ben pensanti con la pancia piena, il fenomeno degli sbarchi andrà a ridursi perchè verrà meno la motivazione, ossia la possibilità di trovare comunque un’occupazione.

Agevolazioni a chi produce in Italia e maggiori oneri per chi importa dall’estero a scapito delle nostre aziende (vuoi la felpa fatta in Cina? La paghi di più). Accordi internazionali bilaterali di cooperazione e libero scambio tra governi e senza la mediazione delle banche per importare ciò che ci manca, o che non siamo in grado di produrre, ed esportare ciò in cui eccelliamo. Superamento delle assunzioni a termine, sostegno all’apprendistato e introduzione del principio di partecipazione dei lavoratori agli utili delle grandi Aziende con l’ingresso di una rappresentanza sindacale nel Consiglio di Amministrazione. Mutuo sociale per il diritto alla proprietà della casa, abitazioni realizzate direttamente dalle Regioni, senza fini speculativi e senza le costose intermediazioni di banche e agenzie immobiliari.

E i soldi? I soldi ci sono, basta saperli usare. Sapeste quanti ne sono sprecati in opere inutili e spesso incompiute, quanti soldi gettati al vento per farci belli agli occhi del mondo o per compiacere i vari Gheddafi, quanti quattrini versiamo ogni anno all’Europa, fondi che solo in parte ci vengono restituiti sotto forma di finanziamenti per progetti spesso di dubbia utilità, quanti soldi regalati alle banche private - le padrone della Banca d’Italia e della Banca Centrale Europea - per la stampa dalla carta moneta che paghiamo non sulla base del servizio reso, ma sul valore delle banconote (causa non secondaria del nostro incolmabile debito pubblico), quanti soldi se la lotta all’evasione fosse condotta seriamente … e per carità cristiana mi fermo qui.

Se poi il nostro esercito di politici, governanti e amministratori di società pubbliche rinunciassero solo ad una parte dei lori lauti stipendi, spesso immorali e ingiustificati, si libererebbero ulteriori risorse, oltre a dare un segnala forte di vicinanza agli italiani che soffrono a causa delle loro scelte sbagliate (dubito però che da quest’orecchio i nostri politici ci sentano).

Vogliamo uscire e in fretta da questa crisi? Allora finiamola una volta per tutte di pensare a ricette ideologiche vecchie e superate, che hanno creato solo danni, ingiustizie e grandi profitti per i soliti noti e adoperiamoci per costruire una solida economia nazionale in un rinnovato Stato Sociale. E solo allora, avendone nel frattempo creato i presupposti economici, potremo pensare alle popolazioni del sud del mondo che stanno sicuramente peggio di noi.

Gianfredo Ruggiero, presidente Excalibur

February 21

Le origini illuministe del Razzismo e della schiavitù americana

 
 

RAZZISMO E IDEOLOGIE DARWINIANE

Gianfredo Ruggiero

 

Con la definizione di “ideologie darwiniane” si intendono quelle dottrine d’estrazione materialista - marxismo, liberismo, nazismo e, soprattutto, razzismo che, maturate all’interno del pensiero illuminista di fine ottocento,  hanno trovato nell’evoluzionismo di Darwin una sponda scientifica e, per quanto concerne la schiavitù, la segregazione razziale e il neocolonialismo, una giustificazione morale.

Concetti cardine dell’impianto darwiniano come “selezione naturale”, sopravvivenza del più adatto” e il termine di “razza favorita” furono accolti con grande entusiasmo tanto dai teorici del razzismo biologico, quanto dai sostenitori del libero mercato, della lotta di classe e della supremazia della razza ariana.

In particolare esiste uno stretto rapporto tra le teorie evoluzioniste ed il razzismo che, già presente nella cultura europea sottoforma d’antiebraismo, ha trovato in Darwin un eccezionale, quanto involontario, alleato.

Come rileva G. Mosse nel suo libro “il razzismo in Europa: dalle origini all’olocausto”, i pensatori illuministi, basandosi proprio sulle teorie di Darwin, avevano concepito una nuova forma di razzismo, il razzismo scientifico.

L’antropologo inglese Edward Tyson individua nei neri (più precisamente nei pigmei) “l’anello mancante” tra la scimmia antropomorfa e l’uomo, collocando i neri al livello più basso dell’ipotetica scala evolutiva, mentre Arthur De Gobineau, teorico francese vissuto nella metà del diciannovesimo secolo e autore del Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane, interpreta la storia umana affermando che la purezza della razza determina la capacità di sopravvivenza e di dominio sulle popolazioni inferiori. Concetto poi ripreso dall’ideologo del nazismo Rosemberg.

Altri pensatori illuministi Diderot, D’Alembert e Voltaire avevano rifiutato l’idea che bianchi e neri discendessero da un medesimo progenitore.

Lo stesso Voltaire, padre dell’illuminismo e della democrazia, trovava normale investire i proventi della vendita dei suoi libri nelle compagnie dedite alla tratta dei negri. A conferma di come i principi di libertà, fratellanza ed uguaglianza proclamati dai filosofi illuministi e sanciti nel sangue della Rivoluzione francese riguardassero solo la razza bianca.

Fu grazie alle teorie evoluzioniste che in occidente si sviluppa una nuova variante del razzismo, quello scientifico, che ha portato alla segregazione razziale e alla deportazione in America di 14milioni di neri per essere utilizzati come schiavi, beffardamente salutati al loro ingresso dalla statua della Libertà.

La schiavitù, mi si può obiettare, è sempre esistita. E’ vero, ma a differenza di quella dei secoli passati che riguardava i prigionieri di guerra o i debitori (che tuttavia potevano riacquistare la libertà, una volta saldato il debito o finita la guerra) la schiavitù moderna, di estrazione illuminista, considera i neri alla stregua di animali domestici, privi di qualsiasi umano diritto e, di conseguenza, destinati a servire l’uomo bianco.

Il razzismo se in America si manifestò con la schiavitù e la segregazione razziale, in Europa ebbe la sua espressione più violenta nella dottrina e nella politica del nazismo, dove l'antiebraismo fu uno dei punti centrali del programma hitleriano basato sulla purezza della razza ariana.

La teoria di Darwin della selezione naturale, sostenendo la prevaricazione della razza più forte rispetto alla razza più debole e giustificandola come necessità naturale, aveva dato inoltre origine al "darwinismo sociale", che permise ai borghesi conservatori di ieri e ai sostenitori del libero mercato di oggi di affermare che le disuguaglianze sociali sono inevitabili necessità naturali.

In definitiva sia Hitler con la superiorità ariana, sia gli americani con la schiavitù e la segregazione razziale non hanno inventato nulla, hanno solo portato alle estreme conseguenze le teorie razziste già presenti in occidente e che nell’evoluzionismo di Darwin hanno trovato nuova linfa, un formidabile sostegno scientifico ed una insperata giustificazione morale.

L’evoluzionismo di Darwin pur essendo una teoria palesemente errata viene mantenuto artificialmente in vita per supportare l’unica ideologia illuminista sopravvissuta, quella capitalista, e per contestare a Dio l’origine dell’uomo. Salvo poi disconoscerne gli effetti.

  

Gianfredo Ruggiero

February 15

Partono dalla provincia di Varese i bombardieri della Nato

 

LA BASE NATO di Solbate Olona (Va)

Di Stefano Ferrario*

 

Ritornano a Kabul i militari della base NATO di Solbiate Olona (Varese). Partiti il 20 gennaio 2009, dall’aeroporto di Malpensa (su aerei dell’USAF), i 100 ufficiali di stanza al Comando di Reazione Rapida di Solbiate (uno dei cinque comandi di reazione rapida della NATO nel mondo), integrano il comando NATO delle operazioni militari in Afghanistan, basato a Kabul. Andranno a sostituire lo staff turco e resteranno al comando per i prossimi sei mesi.

Il compito di comando dei militari della base “Ugo Mara” si era già avuto da agosto 2005 ad aprile 2006, con la responsabilità della spedizione militare “ISAF” (International Security Assistance Force) e l’assistenza a “Enduring Freedom” (“missione” composta di una coalizione a guida statunitense) sotto la guida del Generale Mauro Del Vecchio (ora parlamentare del Partito Democratico).

La “Ugo Mara”, cui comando c’è il Generale Gian Marco Chiarini, è situata tra le città di Varese e Milano, a pochi chilometri dall’aeroporto di Malpensa (che è impiegato anche come aeroporto militare; ne sono un ultimo esempio le partenze dei militari, sopra descritte) e in un raggio di 15 km dagli insediamenti a prevalente produzione bellica quali AgustaWestland ed Aermacchi.

E’ attiva come base NATO a partire dal novembre 2001. Vi risiedono circa duemila soldati appartenenti a 15 paesi: italiani, inglesi, statunitensi, tedeschi, ungheresi e greci i più presenti.

Questo comando di reazione rapida è in grado di gestire quattro divisioni degli eserciti più alcune unità d’organizzazione e comando in aeree di conflitto, per un totale di 60.000 militari coinvolti. La visione della base e le molteplici attività insite la connotano come un centro di comando predisposto ad attuare una sorta di ‘guerra informatica’. Infatti non vi è la presenza, nell’area della base, di carriarmati, cannoni o altri grossi armamenti terrestri o aerei; ma ci si trova ad osservare, oltre al campo per le esercitazioni, numerosi impianti con paraboliche e radar, semoventi o su strutture fisse.

Inoltre è anche in corso un’ampia ristrutturazione che la porterà ad essere la prima base NATO in Italia con infrastrutture ed organizzazione della residenza pari alle grandi basi americane negli Stati Uniti ed in Europa. Infatti, è già in atto la costruzione di quello che è stato chiamato “Villaggio Monte Rosa”, un vero e proprio paese abitato dai militari e dalle loro famiglie, che prevede: la complessiva costruzione di 227 palazzine, 448 uffici, 3 aree briefing, sale per congressi, impianti sportivi al coperto ed esterni, centri ricreativi, un centro medico, scuole, sportelli bancari, alcuni negozi. Il villaggio sorge su un’area di 35 ettari.

A partire dall’inizio del 2004 la base NATO sta coinvolgendo con sempre più intensità il territorio della provincia di Varese. Infatti, non solo si espongono attivamente le amministrazioni comunali limitrofe (siano esse di centro-destra o di centro-sinistra: Solbiate, Fagnano, Olgiate, Gorla Minore, Gorla Maggiore, Cairate, Castellanza, Busto Arsizio), in sostegno culturale alle attività della base ma, in questa direzione, troviamo anche associazioni a carattere ludico, gruppi d’ex-combattenti di vari corpi d’armata e soprattutto scuole, oratori e scouts dei vicini Comuni. Le visite delle scuole pubbliche e private, soprattutto elementari e medie inferiori, all’interno della caserma sono molto frequenti. D’altro canto, dove non è la caserma ad accogliere sono i militari della NATO ad uscire e tenere spazi d’informazione sull’attività della base e a raccontare le “missioni estere” in Afghanistan, Iraq, Kosovo, Bosnia, ecc. (con mostre fotografiche e proiezioni multimediali), nonché ad organizzare momenti di festa e ricreativi.

Infine, va segnalato che a questo ‘clima’ di glorificazione della “Ugo Mara” molto contribuiscono anche tutti i massmedia della provincia di Varese (TV, quotidiani cartacei e web), ‘appiattiti’ sulle istanze dei militari della NATO, invitati con costanza all’interno della base.

 Stefano Ferrario, Sinistra critica

February 10

Pagine di storia strappate

 

BRESDA 1945

un'inutile strage voluta dai vincitori

 

 

Dresda era in assoluto la più bella e romantica città tedesca e probabilmente d’Europa. Aveva scorci di grande suggestione con i suoi palazzi barocchi, le sue piccole case di legno e mattoni fulvi che risalivano al medioevo gotico e i suoi vicoli punteggiati di taverne e birrerie senza tempo. Apparteneva al mondo intero, non solo alla Germania e tanto meno alla Germania nazista.

Dresda non era mai stata toccata seriamente dalla guerra sia per la sua posizione geografica sia perché non aveva né industrie né impianti militari rilevanti (era addirittura priva di difesa antiaerea) ed era così forte la convinzione che fosse esente da pericoli che le autorità tedesche vi avevano fatto affluire le centinaia di migliaia di profughi (soprattutto vecchi, donne e bambini) in fuga dalle regioni orientali sotto l’incalzare della Armata Rossa e gran parte dei feriti provenienti dal fronte. Si pensava che considerazioni umanitarie e il rispetto per una Città d'arte amata in tutto il mondo avrebbero indotto gli anglo a risparmiarla

Invece la distruzione arrivò su questa Città del febbraio del '45 quando le sorti della guerra erano ormai segnate. Fu una carneficina.

Alle 22,15 del 13 febbraio oltre 500 bombardieri inglesi Lancaster scaricarono sulla città indifesa le terribili bombe dirompenti block buster. Poi si allontanarono in direzione di Strasburgo. I soccorritori iniziarono ad affluire dalle città vicine, mentre gli scampati escono lentamente dai rifugi.

Era quello che gli inglesi attendevano: far uscire la gente, far arrivare i soccorritori e tornare a colpire.

Ore 1,28 del 14 febbraio arriva, indisturbata come la prima, la seconda ondata. Questa volta però i bombardieri pesanti della Raf portano nelle stive 650.000 bombe incendiarie caricate a benzina e a fosforo in grado di sviluppare un calore che fonde il ferro (la versione aggiornata, le famigerate bombe al napalm, sarà poi sperimentata dagli americani in Vietnam). L’effetto fu devastante.

Dresda si trasformò in un immenso rogo esteso un centinaio di chilometri quadrati e visibile ad oltre 300 Km di distanza.

All’interno si sviluppa una temperatura che arriva fino a 1.000 gradi che porta alla formazione di una corrente d’aria ascensionale d’inaudita potenza e calore. Dalle case già sventrate dalle bombe dirompenti è aspirata ogni cosa e scaraventata all’interno della fornace. Chi non muore divorato dalle fiamme soccombe nei rifugi, asfissiato per mancanza d’ossigeno o intossicato dal monossido di carbonio.

All’alba del 14 febbraio, quando per i sopravvissuti delle zone periferiche della città sembrava che il peggio fosse passato, ecco giungere la terza ondata. Gli americani, che non potevano essere da meno degli inglesi, con le loro “fortezze volanti” scaricarono su ciò che restava della città e dei suoi abitanti il loro carico di morte e distruzione mentre i caccia “mustang” a volo radente mitragliavano le colonne di profughi che cercavano di fuggire dall’inferno di Dresda.

In totale su Dresda furono sganciate 2.700 tonnellate di bombe, un quantitativo enorme, se confrontato con quello gettato su altre città tedesche. Ma la preferenza data alle bombe incendiarie, che rappresentarono circa il 70% degli ordigni lanciati, causò la più spaventosa tragedia della guerra: i morti accertati furono 135.000 (la stima più accreditata fa però salire a circa 200.000 il numero delle vittime per il grande afflusso di profughi, moltissimi dei quali non ancora censiti).

Questo fu Dresda: un orribile massacro di civili che non trovò alcuna giustificazione dal punto di vista militare. Fu il macabro record di disumanità, non eguagliato neanche dai bombardamenti atomici sul Giappone che causarono “solo” 150.000 morti.

Gli angloamericani ancora oggi con sorprendente cinismo “giustificano” quello spaventoso massacro affermando che " fu un inevitabile prezzo da (far) pagare per la liberazione dell'Europa e del mondo interno dalla barbarie nazista"...

In realtà fu il desiderio di infliggere una punizione esemplare non al regime hitleriano, ma al popolo tedesco e nel contempo lanciare un monito all’alleato sovietico (quello che oggi è toccato a Dresda domani potrebbe toccare a Mosca) che animò l’ordine impartito da Churchill e pienamente condiviso dall’alleato americano.

Al processo di Norimberga, dove nell’ottobre del ’46 furono giudicati i gerarchi nazisti colpevoli di crimini contro l’Umanità, sul banco degli imputati per gli stessi reati non avrebbero sfigurato gli autori e, soprattutto, il mandante del bombardamento di Dresda.

 

Gianfredo Ruggiero.

 

 

 
 
February 09

ELEZIONI AMMINISTRATIVE

 
Elezioni amministrative: nasce
Alternativa Verde Per Lonate
 

 

Excalibur sarà presente alle prossime elezioni amministrative per il rinnovo del consiglio comunale di Lonate Pozzolo con una propria lista di chiara impostazione ambientalista, aperta a tutte le realtà associative e ai singoli personaggi impegnati sul fronte della difesa dell’ambiente.

Alternativa Verde Per Lonate – questo il nome scelto – sarà pertanto una lista civica “aperta”, senza alcuna caratterizzazione politica o ideologica. Suo unico obiettivo sarà quello di rompere con le ambiguità del passato e con i sindaci  “duple face” (ambientalisti nelle assemblee e amministratori nelle stanze del potere) che a suon di delibere hanno creato le condizioni per lo scempio del nostro territorio.

Vogliamo dare a Lonate un governo che sappia amministrare senza distruggere.

Ai primi punti del programma, in via di definizione, ci sarà il no alla terza pista di Malpensa e la difesa del Parco del Ticino che molti, a partire dalla Regione Lombardia, vorrebbero pesantemente ridimensionare per consentire alle multinazionali estere, che stanno facendo man bassa di terreni nel pieno del Parco del Ticino – zona classificata dall’UNESCO come riserva naturale della biosfera - di proseguire nella loro opera di cementificazione del territorio col pretesto del lavoro (che come ben sappiamo è di tipo quasi esclusivamente precario ed extracomunitario).

Il nome del candidato sindaco, che non si esclude possa essere quello di Gianfredo Ruggiero, attuale presidente del Circolo Excalibur, sarà comunicato in un secondo momento.

 

Ufficio Stampa Excalibur 7 febbraio 2009

                  http://www3.varesenews.it/gallarate_malpensa/articolo.php?id=118413

FOIBE...e alla fine la colpa fu del Duce

 
 

FOIBE: non fu pulizia etnica, bensì ideologica

Di Gianfredo Ruggiero

 

La strage delle Foibe viene generalmente presentata come un caso di pulizia etnica a danno degli italiani, quando invece si è trattata di una operazione di pulizia ideologica.

Infatti i partigiani comunisti del Maresciallo Tito non agivano a  casaccio, non colpivano gli italiani in quanto tali rastrellandoli per strada alla maniera bosniaca - se fosse stato così le vittime sarebbero state infinitamente di più, sarebbe stato un vero e proprio bagno di sangue - ma in maniera altamente selettiva, sulla base di elenchi con nomi, cognomi e indirizzi – le famigerate liste di proscrizione – alla cui compilazione contribuirono diligentemente i comunisti nostrani.

E chi erano queste persone che nottetempo venivano prelevate dalle loro case, legate tra loro e gettate vive nelle cavità carsiche e lasciate morire tra atroci sofferenze? Erano italiani qualunque? No, erano italiani che appartenevano ad una categoria ben precisa. Erano - per dirla con una direttiva delle stesso Maresciallo Tito - fascisti o presunti tali.

Il motivo di tanto accanimento è abbastanza semplice da comprendere: nell’ottica dell’annessione di quelle terre alla Jugoslavia i fascisti, e tutti coloro che in qualche modo erano legati o s’identificavano nello Stato italiano,  avrebbero potuto costituire un ostacolo, in quanto anticomunisti, per cui andavano eliminati. Infatti agli italiani anticomunisti non fu torto un capello.

E’ anche vero che nella concitazione generale e nel clima di impunità che si andò a creare, nelle Foibe ci finì di tutto: preti, borghesi, semplici cittadini per motivi personali e perfino qualche partigiano italiano titubante.

Un altro aspetto che viene volutamente ignorato riguarda la strenua difesa di quelle terre dalle bande partigiane che fu affidata a due reparti dell’esercito italiano, i bersaglieri del battaglione Mussolini e i marò della Decima Mas: furono tutti massacrati.

Riteniamo inoltre risibile la giustificazione che la sinistra e certa destra conformista tentano di dare a quella orrenda carneficina, ossia la tesi della ritorsione della minoranza slava all’italianità voluta da Mussolini, quando invece l’unica imposizione del governo fascista fu l’uso dell’italiano (quello che avviene oggi a parti invertite in Alto Adige, dove gli italiani sono costretti  ad imparare il tedesco se voglio lavorare negli uffici statali).

Riguardo l’esodo delle popolazioni italiane di Istria e Dalmazia, anche in questo caso, è perlomeno eccessivo parlare di pulizia etnica, infatti non vi furono eccidi di massa da parte dei nuovi governanti jugoslavi, ma solo il pressante “invito” a lasciare quelle terre, che venivano subito confiscate.

Vergognoso fu, invece, il comportamento del governo italiano e della sinistra che accolsero i nostri compatrioti come appestati, furono ammassati nei treni come bestie e alle fermate fu perfino impedito alla croce rossa di portare il latte ai bambini. Cacciati dalla loro terra e umiliati nella loro Patria.

Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Excalibur - Varese

CELEBRAZIONE STORICA O RICORRENZA POLITICA?

 

RICORDIAMO LA SHOAH,

MA NON DIMENTICHIAMO GLI ALTRI OLOCAUSTI DELLA STORIA

di Gianfredo Ruggiero

 

 

Se è giusto ricordare la Shoah, è doveroso non dimenticare gli altri genocidi del passato che sono stati relegati in un angolo della nostra memoria.

La storia del genere umano è costellata di massacri, persecuzioni e pulizie etniche che per efferatezza, numero di vittime e motivazioni ignobili non sono seconde al dramma ebraico. Eppure solo la Shoah trova ampio spazio nei libri, soprattutto di testo, e nella cinematografia, ci viene costantemente ricordata e solennemente celebrata.

La stessa guerra mondiale con i suoi 55 milioni di morti, in maggioranza civili, è considerata un corollario al dramma ebraico.

Il sospetto è che la Shoah sia utilizzata non tanto come monito alle future generazioni - se così fosse s’istituirebbe una giornata dedicata a tutti gli olocausti, anche recenti - quanto come strumento politico e ideologico a sostegno d’Israele, come attenuante e scudo per la sua politica repressiva condotta in Palestina.

Il 27 gennaio vogliamo ricordare:

·        il genocidio del popolo armeno, un milione e mezzo di uomini, donne, vecchi e bambini scientemente eliminati dal governo turco nel 1915;

·        i dieci milioni di pellerossa massacrati dagli americani nel corso del XIX secolo a cui si aggiungono le vittime indigene della colonizzazione del Sud America e del Canada  per un totale di circa 100 milioni di morti;

·        i quattordici milioni di africani prelevati dalla loro terre e resi schiavi dagli americani per essere utilizzati come animali da lavoro. A questi si aggiungono le vittime dell’Apartheid in Sud Africa;

·        i sette milioni di morti in Ucraina dal 1935 al 1937 a seguito delle carestie provocate intenzionalmente dal regime stalinista in quello che era considerato il granaio d’Europa;

·        i quattro milioni di civili vittime dei bombardamenti terroristici alleati in Italia e Germania;

·        i tre milioni di civili massacrati per vendetta dall'Armata Rossa in Prussia, Slesia e Pomerania sul finire del secondo conflitto mondiale;

·        le vittime dei bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki, inferti dagli Americani al solo scopo di testare i nuovi ordigni, quando il Giappone aveva già avviato le trattative per la resa;

·        i tre milioni di vittime civili dell'Armata Rossa nell'occupazione sovietica dell'Afghanistan a cui si aggiungono i morti dell’attuale occupazione americana;

·        i due milioni di cambogiani (su sei di abitanti) morti nel loro Paese trasformato dai Khmer Rossi in un immenso campo di concentramento;

·        le vittime decedute per fame e torture nei gulag comunisti di tutto il mondo (compresa la Cina con la quale l’Italia e l’Occidente intrattengono ottimi rapporti d’affari), stima oscillante fra i 200 e i 300 milioni di persone;

·        i desaparecidos, vittime della repressione anticomunista dei regimi filoamericani in Argentina e Cile e le migliaia di scomparsi per mano dei regimi golpisti in Grecia e Turchia negli anni ‘70;

·        i massacri in Ruanda, Etiopia, Congo e nel resto dell’Africa centrale per motivi tribali. In quei Paesi, una volta autosufficienti, manca il cibo, ma non le armi fornite a piene mani dagli occidentali che condizionano e sostengono i peggiori regimi dittatoriali per controllare i ricchi giacimenti minerali;

·        le vittime della persecuzione anticristiana nel Darfur e nei paesi islamici. In Sudan i cristiani uccisi dalla bande schiaviste ammontano ad oltre due milioni.

E l’elenco continua…

Se anche queste sono vittime innocenti della barbarie umana perchè non dedicare anche a loro una giornata della memoria? Sappiamo che sarebbe impraticabile istituire un giorno per ogni evento (probabilmente non basterebbero i giorni del calendario) potremmo allora abolire tutte quelle ricorrenze di chiaro sapore politico - 27 Gennaio, 10 febbraio e 25 aprile - e sostituirle con un’unica grande e solenne ricorrenza dedicata a tutti gli olocausti del mondo e della storia. Sarebbe il modo migliore per ricordare senza discriminare.

Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Excalibur - Varese

 

January 07

ACCA LARENTIA

 

 

IN RICORDO DEI RAGAZZI DI VIA ACCA LARENTIA 

Roma, 7 Gennaio 1978. Sezione del MSI di via Acca Larentia. Una sezione di estrema periferia di Roma, quartiere Appio.

Un polveroso stanzone, chiuso da una saracinesca metallica, al termine di una strada non accessibile dalle macchine, una di quelle sezioni dove si esprime l'anima popolare e sociale della destra italiana.

Alle 18 tre ragazzi escono dalla sezione, all'uscita un commando di cinque o sei giovani apre il fuoco su di loro. Franco Bigonzetti, colpito alla testa, cade davanti alla porta della sede.

Francesco Ciavatta tenta di fuggire lungo la scalinata, raggiunto da una raffica di colpi si trascina per alcuni metri poi rotola giù dalla rampa. Il terzo, Vincenzo Segneri, benché ferito al braccio, riesce a rientrare in sezione e a chiudere la porta blindata.

I soccorsi tardano, Bigonzetti, 19 anni, è ormai senza vita, ma Ciavatta non ha ancora perso i sensi e rantola poche parole, prima di perdere i sensi. Morirà durante il trasporto in ospedale, aveva solo 18.

La notizia della strage attraversa Roma come un fulmine. Decine e decine di militanti giungono da ogni parte della città.

La tensione è al massimo. Polizia e carabinieri confermano la dinamica bestiale dell'agguato. Nei volti delle decine di ragazzi accorsi sul posto c'è sgomento e una rabbia profonda, tanto terribile quanto impotente.

Un operatore della Rai butta con disprezzo (o con colpevole distrazione) una cicca di sigaretta sulla macchia di sangue ancora fresco di Ciavatta.

E' la scintilla, volano pugni, calci, interviene la polizia. Urla, bastonate, lancio di lacrimogeni, un'auto dei Carabinieri viene presa a calci. Stefano Recchioni, 19 anni, militante della sezione di Colle Oppio, viene colpito in fronte da un proiettile sparato da un capitano dei Carabinieri.

Morirà il 9 gennaio all'Ospedale S. Giovanni.

Una bruttissima pagina della storia d'Italia, fatta di reticenze, false verità o verità di comodo, coperture e connivenze. La domanda è lecita e giunge naturale: ma dopo trent'anni è cambiato qualcosa in questo scenario, in questa Italia.

 

 
January 06

LE RADICI DELL'ODIO

 

  PERCHE' NON CI SARA' MAI PACE IN PALESTINA

di Gianfredo Ruggiero

 

La Palestina per duemila anni è stata il segno della concordia e della tolleranza tra le varie confessioni ed etnie(unica parentesi i turbolenti Regni Crociati del Medio Evo). Poi, nel 1947 a seguito di una semplice deliberazione dell’ONU a carattere consultivo, in spregio al diritto internazionale e al principio dell’autodeterminazione dei popoli (la popolazione non fu neppure interpellata con un referendum), le potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale decisero di donare metà della Palestina agli ebrei con il pretesto che questi erano originari di quei luoghi e come forma di risarcimento per aver subito la persecuzione hitleriana (in realtà per lavarsi la coscienza - a costo zero - per non aver fatto nulla per impedire, sia prima sia durante, la Shoah).

Gli ebrei, preso possesso di quelle terre, cacciarono con la forza chi le abitava da secoli: 900mila palestinesi furono costretti ad abbandonare le loro case per fare posto ai nuovi arrivati e 530 villaggi furono completamente distrutti per impedirne il ritorno e molti altri sostituiti con insediamenti per soli ebrei. Neppure i cimiteri, luoghi sacri per i musulmani, furono risparmiati.

Gli ebrei, forti dell’appoggio incondizionato degli americani e, inizialmente, anche dei sovietici si abbandonarono a vere e proprie stragi e atti di puro terrorismo come il massacro del villaggio palestinese di Deir Yassin del 9 aprile 1948 ad opera del gruppo terrorista IRGUM (i cui leader politici erano Begin e Shamir) che causò la morte di 254 tra vecchi, donne e bambini (gli adulti erano intenti a lavorare nei campi distanti e quando si affrettarono a tornare la carneficina fu compiuta, stupri compresi) e l’assassinio, avvenuto il 16 settembre dello stesso anno, del mediatore delle Nazioni Unite, lo svedese Folke Bernadotte, per aver denunciato le violenze sioniste. L’omicidio fu rivendicato da un gruppo terrorista di cui facevano parte due futuri ministri israeliani, Yehoshua Cohen e Nathab Friedman (Antonella Ricciardi “Palestina, una terra a lungo promessa” controcorrente edizioni – Napoli, 2008). Anche da parte palestinese non mancarono atti di terrorismo a cui corrispondevano rappresaglie dure e indiscriminate.

Le successive guerre arabo-israeliane si conclusero con la netta sconfitta della coalizione araba, disorganizzata e male armata, e con l’occupazione di altre consistenti porzioni di territorio palestinese.

Il nuovo Stato d’Israele si è subito caratterizzato in senso rigidamente razziale e confessionale essendo aperto ai soli ebrei osservanti. Una legge, quella definita “Del Ritorno”, consente alle autorità religiose ortodosse di esercitare un controllo ferreo sui matrimoni ebraici (sono infatti vietati i matrimoni tra gli ebrei e i non ebrei, i cosiddetti “gentili”), sui divorzi, sulle conversioni e sulle sepolture.

Ai palestinesi è negata qualunque possibilità di farvi parte. Lo stesso impedimento riguarda gli ex-ebrei, ossia persone che pur essendo di discendenza ebraica professano una religione diversa dal Giudaismo, anche a loro è impedito di stabilirsi in Israele. I pochi arabi che hanno potuto continuare a vivere in quella che una volta era la loro terra devono essere riconoscibili (le loro auto, ad esempio, hanno una targa diversa); è sì permesso loro di eleggere dei rappresentanti al Parlamento, ma in quanto piccola, innocua e assimilata minoranza.

Il concetto di società multietnica che tanto piace in Occidente e sbandierato anche in Italia come massima espressione di democrazia, libertà e pluralismo in Israele non solo non è neppure contemplata, ma è addirittura vietata per legge. Una sentenza della Corte Suprema israeliana del 1989 stabilisce che alle elezioni sono esclusi partiti politici o persone che prevedono nel loro programma uno Stato multi-culturale o che mettano in discussione il principio dello Stato per Soli Ebrei (SSE). Un'altra politica per soli ebrei riguarda la proprietà terriera che è di tipo collettivistico: lo Stato possiede il 94% della terra e la tiene in “custodia” esclusivamente per gli ebrei.

Israele non ha una Costituzione e questo consente ai suoi tribunali di agire con libertà ed arbitrio nelle sentenze, soprattutto a carico dei non ebrei

Con queste caratteristiche definire Israele un “avamposto di democrazia in Medio Oriente” mi pare quanto meno azzardato.

Hamas è considerata dai politici occidentali una formazione terroristica: niente di più errato, Hamas è un partito politico estremamente radicato. Attraverso le sue strutture garantisce alla popolazione palestinese di Gaza, stremata da anni di embargo totale, assistenza e servizi sociali. Alle elezioni del gennaio 2006 - riconosciute da tutti gli osservatori internazionali come libere e democratiche – ha conquistato la maggioranza dei seggi. Da allora ha rivisto profondamente le sue posizioni fino ad accettare l’ipotesi di uno stato palestinese entro i confini del 1967. Sicuramente un gran passo avanti a cui ne potrebbero seguire altri se l’occidente la piantasse con l’ostracismo e iniziasse a colloquiare con l’unico vero rappresentate della popolazione palestinese di Gaza.

Quella che è in atto da sessant’anni in Palestina è una lotta tra due popoli per il diritto all’esistenza. La differenza è che mentre gli israeliani, armati dall’America, hanno uno dei più potenti eserciti del mondo con tanto d’armamenti nucleari che possono usare a loro piacimento, i palestinesi possono disporre solo di rudimentali razzi a breve gittata forniti dall’Iran (che fanno più scena che danni) e del proprio corpo. A ciò si aggiunge la diplomazia occidentale guidata dall’America che, con il suo atteggiamento giustificativo a favore d’Israele, non lavora certo per la pace.

Durante i sei mesi di tregua, rispettata da Hamas, Israele, contravvenendo agli accordi sottoscritti, non ha minimamente rallentato la morsa attorno a Gaza impedendo perfino il transito degli aiuti umanitari.

Circondata da mura alte 10 metri, controllata dal mare dalle navi da guerra e dal cielo dai satelliti spia a sostegno di un rigido embargo esteso anche ai prodotti di prima necessità, la striscia di Gaza è stata trasformata dagli israeliani nel più grande campo di concentramento che la storia ricordi. Sfido chiunque a resistere in quelle condizioni senza farsi saltare i nervi e vorrei vedere una qualsiasi persona assistere alla morte del proprio figlio per la mancanza di medicinali o vivere senza elettricità e con l'acqua razionata (la prima cosa che gli israeliani hanno bombardato durante l’offensiva dello scorso anno sono state le centrali elettriche e i dissalatori, oltre alla centrale del latte), senza provare odio verso gli artefici di questa ingiustizia e meditare vendetta.

La verità è che Israele ha pianificato da mesi l'intervento militare, aspettava solo il pretesto. Tanto può contare sulla comprensione dei mass media occidentali, sull’appoggio incondizionato dell’America che la sprona a continuare e sulla la flebile protesta dei paesi arabi “moderati” (che di moderato hanno ben poco essendo delle monarchie assolute, più onesto sarebbe definirli “filo occidentali”).

Il fine ultimo d'Israele è quello di costringere i palestinesi ad abbandonare la loro terra per realizzare il sogno biblico della "Grande Israele", come preconizzato dal fondatore del movimento sionista Theodor Herzl e confermato dal padre della Patria David Ben Gurion che in un discorso del 1937 dichiarò: «Noi dobbiamo espellere gli arabi e prenderci i loro posti». Altrettanto esplicito è il leader israeliano Ariel Sharon che ad un convegno di militanti del suo partito dichiarò senza mezzi termini «non c’è sionismo, colonizzazione o Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi e l’espropriazione delle loro terre» (France Press del 15 novembre 1998). Non a caso Israele è l’unico Paese al mondo che si rifiuta di definire formalmente i suoi confini. Il motivo lo scopriamo in una famosa frase di Ben Gurion: «Dobbiamo costruire uno stato dinamico incline all'espansione».

Condanniamo pure gli attentati suicidi dei palestinesi, i razzi di Hamas e le bandiere bruciate in piazza dai manifestanti, ma se veramente amiamo la pace non possiamo sorvolare sulle responsabilità storiche e politiche dell’Occidente americanizzato.

Senza giustizia, umanità e verità storica non potrà mai esserci pace in quelle terre martoriate.

Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Excalibur - Varese

 


January 05

MASSACRI IN PALESTINA

 

LA GUERRA IN PALESTINA


 

UNANIME CONDANNA DEL MONDO POLITICO

 

Per il massacro della popolazione civile palestinese? Noo, per le bandiere d’Israele bruciate dai manifestanti a Roma e Milano.

Per i nostri politici di destra e di sinistra non contano i morti sotto le bombe israeliane per le quali si limitano ad esprimere “preoccupazione”, contano invece le bandiere con la stella di David bruciate in piazza in segno di protesta.

Per costoro le vittime innocenti della sproporzionata e indiscriminata rappresaglia ebrea contro la popolazione civile palestinese valgono meno di un pezzo di stoffa bruciacchiata.

Mai il servilismo nei confronti di chi si crede padrone del mondo ha raggiunto livelli così alti.

Con queste premesse la pace in Palestina rimarrà a lungo un miraggio.

 

Ufficio stampa Excalibur, 4 Gennaio 2009

 

 

NO KATAOIL

 

PRESIDIO PER L'AMBIENTE

 

Grande partecipazione di associazioni e cittadini al presidio che si è tenuto sabato mattina 29 novembre u.s. davanti ai cancelli della fabbrica dei veleni.

Il presidio NO KATAOIL è stato promosso dalle associazioni riunite nell' Osservatorio per la Salvaguardia della Valle Olona (O.S.V.O.) con l'adesione di LEGAMBIENTE e GREENPEACE.

 

Aderiscono all'O.S.V.O:

Comunità Giovanile [Busto A.]
Ass.ne Econazionalista Domà Nunch [sezione Seprio]
Ass.ne Naturalmente Seprio [Castelseprio]
CIPTA Ambiente ONLUS [Gorla Minore]
Circolo Culturale Excalibur [Lonate P. - Varese]

articoli Varese News http://www3.varesenews.it/saronno_tradate/index.php

http://www3.varesenews.it/gallerie/index.php?id=3479

Valle Olona - Un centinaio di persone ha preso parte al presidio di fronte alla Lepori
"No Kataoil", manifestazione in Valle Olona: "Vogliamo il Parco regionale"

Si è svolta pacificamente la manifestazione di protesta contro il fututo impianto a cogenerazione di Kataoil in Valle Olona, tra Cairate e Lonate Ceppino. Hanno partecipato questa mattina, sabato 29 novembre, circa un centinaio di manifestanti nonostante il tempo uggioso, dall 10 alle 13 circa: non solo soci e militanti di associazioni e movimenti coinvolti, ma anche cittadini della zona, discretamente tenuti d'occhio da uno schieramento di forze dell'ordine.

«Tutti insieme si è fatto il punto della situazione e si sono poste le basi per le prossime attività a venire» spiega Matteo Colaone di Domà Nunch, una delle associazioni coinvolte. Il presidio ha avuto luogo di fronte allo stabilimento Lepori di proprietà dell'omonimo industriale interessato a creare l'impianto che smaltirà oli esausti ricavandone energia, ma inevitabilmente andando a creare un impatto mabientale conto cui si sono mobilitate le associazioni.  Uno schieramento trasversale anche politicamente, con gruppi di destra radicale come Excalibur di Lonate Pozzolo, coinvolta nell'Osservatorio per la salvaguardia della Valle Olona (OSVO) insieme a realtà in qualche caso "incasellabili" politicamente, in altri meno: Comunità Giovanile di Busto Arsizio, Domà Nunch, Naturalmente Seprio, il Cipta di Gorla, ma anche Legambiente e Greenpeace, associazioni queste ultime il cui cuore generalmente batte a sinistra. Non mancava anche la presenza di un consigliere provinciale di An.

«Speriamo» prosegue Colaone, «che la posizione di Provincia e Comune al riguardo venga rivista, che si faccia insomma un passo avanti... o indietro, a seconda dei punti di vista. Abbiamo comunque avuto il conforto di varie persone di passaggio, anche in bicicletta, che si fermavano a chiedere notizie sull'impianto e a informarsi, è importante che si renda pubblica la situazione». La contrarietà dei manfestanti deriva anche dal fatto che l'impianto sorgerebbe a loro dire troppo vicino ai pozzi di captazione dell'acqua per Lonate e Cairate, oltre che a poche centinaia di metrid al Monastero di Cairate. Per tacere della frattura che si creerebbe nella continuità ecologica di un fondovalle che da anni si sta cercando di rinaturalizzare e rilanciare. «Anche il sindaco di Lonate Ceppino in campagna elettorale parlava di rinaturalizzare» punzecchiano i manifestanti. «Noi ci in impegneremo perchè al più alto livello si ponga la questione politica della difesa della Valle Olona; per noi una soluzione può essere il Parco Regionale. E per ottenerlo siamo pronti a cofnrontarci con ogni forza politica del territorio che voglia portare avanti questo obiettivo, senza pregiudizi di sorta»

 

December 14

LEGGI RAZZIALI

 

CHI E’ SENZA RAZZISMO SCAGLI LA PRIMA PIETRA

L’Italia e la sua svolta antiebraica

di Gianfredo Ruggiero

Le leggi del ‘38 furono una vergogna nazionale la cui responsabilità ricade interamente su Mussolini e su quanti, per ignavia o servilismo, nulla fecero per evitarle. Il rispetto per le vittime della discriminazione razziale non può e non deve però impedirci di affrontare l’argomento con il dovuto distacco e la necessaria serenità di giudizio. Per troppi anni la storia è stata viziata da pregiudizi e comodi schematismi che ci hanno portato lontano dalla verità. La stessa storia del popolo ebraico è costellata di stragi e persecuzioni a causa di un pregiudizio - accusa dei cattolici di aver ucciso Gesù - cui se ne sono aggiunti altri nel corso dei secoli (usura, internazionale ebraica per dominare il mondo attraverso il controllo delle economie nazionali, devianza sessuale per la pratica della circoncisione definita un patto con Cristo attraverso il pene, ecc.). Hitler in definitiva non ha inventato nulla, ha semplicemente portato alle estreme conseguenze, in modo raccapricciante e disumano, quell’antiebraismo figlio del pregiudizio, ancor oggi presente.

Come hanno riconosciuto autorevoli storici del calibro di George L. Mosse, docente dell’Università ebraica di Gerusalemme, l’autore de “la nazionalizzazione della masse” la più completa opera sul fenomeno dei totalitarismi contemporanei (ed. il Mulino, Bologna 1975), Renzo De Felice, il più profondo conoscitore della storia degli ebrei sotto il fascismo (ed. Einaudi, Torino 1993) e il rabbino Elio Toaff nel suo libro “ essere ebreo” (ed. Bompiani, Milano 1996, pag. 134), tra i Paesi europei l’Italia è uno di quelli che meno ha conosciuto il razzismo.

A differenza del nazionalsocialismo che trae la sua essenza nella purezza della razza (razzismo biologico, di origine illuminista e darwiniana), il Fascismo non fu ideologicamente razzista. Nella carta di Piazza San Sepolcro del ‘19, vero e proprio manifesto ideologico cui s’ispirò il fascismo nelle sue tre fasi - movimento, regime e sociale -  di razzismo non vi è traccia. Mussolini stesso ebbe a dichiarare in più occasioni che in Italia non esisteva una questione ebraica e guardò con sufficienza alle teorie hitleriane (“Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine di oltr’Alpe…” afferma nel ’34 a Bari).

Che nel bagaglio ideologico e culturale del fascismo non vi fosse alcuna forma di antisemitismo lo dimostrano la presenza di ben cinque ebrei tra i partecipanti alla fondazione dei fasci di combattimento (embrione del futuro Partito Fascista) del 23 marzo 1919, la partecipazione alla “Marcia su Roma” di molti ebrei e l’iscrizione al Partito fascista fino al 1933 - data dell’ultimo censimento del dipartimento della demografia e razza - di oltre diecimila ebrei (cfr R. De Felice – storia degli ebrei italiani sotto il fascismo), senza contare la presenza ebraica in tutti i settori dell’economia e della vita pubblica e politica italiana fino ai primi mesi del 1939.

Diversi ebrei occuparono posti di grande rilievo nelle strutture del Regime, basti pensare, solo per citarne alcuni, all’ebrea Margherita Sarfatti che fino al 1936 diresse la rivista ufficiale del Fascismo “Gerarchia”, a Ettore Ovazza direttore del giornale “La nostra Bandiera” punto di riferimento dell’ebraismo fascista; Guido Jung, ebreo, fu a capo del Ministro delle Finanze dal 1932 al 1935 e Maurizio Rava, anch’egli ebreo, fu vicegovernatore della Libia e Generale della Milizia fascista.

il “Manifesto degli intellettuali fascisti” del ’25, redatto dal filosofo Giovanni Gentile, veniva sottoscritto da ben trentatré esponenti della cultura di religione ebraica.

I rapporti tra istituzioni ebraiche - che godettero d’ampia autonomia - e regime fascista furono sempre improntati al reciproco rispetto. Diversi furono i colloqui tra Sacerdoti, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, e Mussolini che portarono, ad esempio nel campo dell’insegnamento, all’istituzione di sezioni elementari ebraiche nelle scuole comunali e alla modifica dei manuali di religione ad uso dei bambini ebrei nelle scuole statali. La “legge Falco” del 1930 sulle comunità israelitiche italiane, voluta da Mussolini per salvaguardare il patrimonio artistico, storico e culturale ebraico, fu giudicata favorevolmente dagli stessi ebrei italiani.

Quando, con l’ascesa al potere di Hitler, riprese vigore in tutta Europa l’antiebraismo, l’Italia fascista, a differenza delle democratiche Francia e Inghilterra che si chiusero a riccio, aprì le sue frontiere agli ebrei: furono circa diecimila i profughi provenienti da Germania, Polonia, Ungheria e Romania che trovarono rifugio nel nostro Paese; altri quattromila ebrei poterono emigrare in Palestina attraverso il porto di Trieste grazie alla collaborazione delle autorità italiane.

Mussolini, per un certo periodo, abbozzò anche l’idea di costituire in Etiopia, colonia italiana dove viveva, tutelata dal Governo italiano, una folta comunità di falascià (ebrei africani), l’embrione della futura nazione ebraica.

Uniche voci dissonanti di un certo rilievo provenivano da Giovanni Preziosi e dalla sua rivista “La vita italiana”, il cui antisemitismo si collocava nella tradizione cattolica (non a caso Preziosi era un ex sacerdote) e da Interlandi che attraverso le pagine del “Tevere” riproponeva i luoghi comuni dell’antiebraismo classico. Argomenti che, in ogni caso, ebbero scarsa presa sull’opinione pubblica italiana e ancor meno considerazione da parte della cultura fascista.

Improvvisamente (in verità qualche accenno vi fu nel corso dell’anno precedente) nel 1938, a seguito di una deliberazione del Gran Consiglio del Fascismo del 6 ottobre, furono emanate le famigerate e mai tanto deprecate leggi razziali la cui essenza spirituale mirava tuttavia ad emarginare gli ebrei senza perseguitarli, contrariamente a quanto avveniva in Germania, in Europa orientale e, in maniera strisciante, in alcune democrazie occidentali.

Durante la guerra, nonostante le pressanti richieste da parte tedesca, Mussolini si rifiutò sempre di consegnare gli ebrei italiani ai nazisti e diede disposizioni per attuare nelle zone controllate dall’esercito italiano (Tunisia, Grecia, Balcani e sud della Francia) vere e proprie forme di boicottaggio per sottrarre gli ebrei ai tedeschi (era sufficiente avere un lontanissimo parente italiano, spesso inventato, per ottenere la cittadinanza italiana e sfuggire in questo modo alla deportazione). Fino a quando Mussolini ebbe il pieno controllo dell’Italia, questo fino al 25 luglio del ’43, nessun ebreo fu deportato in Germania.

Solo successivamente con la Repubblica Sociale Italiana essendo, di fatto, l’Italia centro settentrionale un protettorato tedesco, i nazisti poterono imporre facilmente la loro volontà fatta di rastrellamenti e deportazioni di massa.

Ma a differenza di altri paesi occupati, come ad esempio la Francia di Vichy, dove i tedeschi poterono attuare il loro programma di persecuzione degli ebrei con il pieno appoggio delle autorità locali (che superarono per zelo gli stessi nazisti), in Italia i tedeschi dovettero provvedere in prima persona per la ferma opposizione del governo fascista che negò sempre la sua collaborazione. La partecipazione dei fascisti ai rastrellamenti degli ebrei fu, infatti, sporadica e opera di formazioni irregolari che sfuggivano ad ogni controllo.

E’ vero che molti italiani, fascisti e non, fecero opera di delazione e contribuirono attivamente per consegnare gli ebrei agli aguzzini tedeschi, spesso per motivi personali; ma è altrettanto vero che moltissimi altri italiani, fascisti e non, si adoperarono per salvarli, rischiando per questo la loro vita (il caso Perlasca, ufficiale fascista che salvò in Ungheria migliaia di ebrei, è uno dei tanti). Purtroppo la proverbiale e provata generosità del nostro popolo è spesso contraddetta da episodi di pura cattiveria e grande meschinità che si sono manifestati anche in epoca recente: sul finire della guerra contro gli ebrei e dopo la guerra in Italia contro fascisti o presunti tali compresi i loro famigliari, come ampiamente documentato nei libri di Pansa, Pisanò ed Ellena (solo per citarne alcuni).

Cosa indusse Mussolini ad imboccare la strada dell’antiebraismo che portò alla espulsione degli ebrei dagli incarichi pubblici e a negare loro molti diritti civili, è ancora oggi oggetto di discussione tra gli storici onesti. Scartata la tesi marxista della contiguità ideologica con il nazismo che, come abbiamo visto, è totalmente priva di fondamento (De Felice afferma che le differenze ideologiche tra i due regimi sono ben maggiori delle affinità), quella più accreditata fa riferimento all’alleanza con la Germania e al conseguente influsso nefasto che le teorie di Rosenberg ebbero sul finire degli anni trenta anche in Italia e che andarono a risvegliare il mai sopito antisemitismo di matrice cattolica (accusa di deicidio).

Fin qui l’Italia. Proviamo ora ad allargare lo sguardo e a vedere cosa accadeva nel resto del mondo negli stessi anni. La Svezia, ad esempio, nello stesso periodo inviò in Germania una delegazione del suo Parlamento per studiare la legislazione razziale tedesca e, insieme a Norvegia e Danimarca, attuò una politica eugenetica che portò tra il 1934 e il 1976 alla sterilizzazione coatta di oltre 106.000 persone, in prevalenza donne - disadattate, con problemi psichici o zingare - ritenute geneticamente pericolose per la purezza della razza (Gianni Moriani “ il secolo dell’odio” ed. Marsilio Padova, 1999).

In Sud Africa gli Afrikaner, i bianchi di origine europea, istituivano la segregazione razziale, rimasta in vigore fino al 1994.

L’America, quella ipocritamente rappresentata dalla statua della libertà, dopo aver sterminato milioni di pellirosse, ritenuti esseri inferiori, e ridotto in schiavitù altrettanti neri prelevati a forza dalla loro terra e trattati alla stregua di animali domestici su cui esercitare diritto di vita e di morte, manteneva, sempre nei confronti dei neri, un regime di rigida separazione razziale. Si dovettero attendere gli anni sessanta per vedere abrogate queste odiose misure razziste per le quali nessuno mai pagò, neppure davanti al tribunale della storia.

Stalin non pago di aver massacrato milioni di contadini russi (Kulak) contrari alla collettivizzazione forzata e altrettanti oppositori politici eliminò, come ha documentato lo storico russo Arkaly Vaksberg, nel suo libro “Stalin against Jews”, non meno di 5 milioni di ebrei. Eppure tra i giudici di Norimberga figurava anche la Russia di Stalin.

Un capitolo a parte riguarda le responsabilità dei vincitori. America, Inghilterra e Russia sapevano, vedevano e lasciavano fare. La Germania era ridotta ad un ammasso di rovine ad opera dei bombardamenti alleati, ma le linee ferroviarie  (i famosi binari 21) da dove partivano i vagoni carichi di ebrei per i campi di concentramento rimanevano inspiegabilmente intatti e neppure un solo campo di prigionia fu sfiorato dalle bombe che giorno e notte martellavano ogni angolo della Germania.

In precedenza i tentavi di espatrio degli ebrei dalla Germania nazionalsocialista furono sempre violentemente contrastati dalle Nazioni democratiche. Come ci ricorda lo storico Filippo Giannini in un suo recente articolo, Roosevelt fece intervenire la "U.S. Navy" per impedire con la forza l'approdo sulle coste statunitensi di un piroscafo carico di ebrei fuggiti da Amburgo, Churchill minacciò di silurare a Salina, nel Mar Nero, un’altro carico di ebrei in navigazione verso la Palestina. Nella terra promessa gli inglesi fucilavo e impiccavano gli ebrei riottosi per scoraggiare ulteriori sbarchi (e gli ebrei rispondevano con atti di terrorismo come la distruzione l'albergo Re David a Gerusalemme).

Dopo il processo di Norimberga, dove furono giudicati i crimini nazisti e dove non avrebbero sfigurato sul banco degli imputati coloro che nulla fecero per evitare la Shoa, i vincitori decretarono la nascita di Israele, scaricando di fatto sui palestinesi il peso delle loro responsabilità… e la storia continua.

Gianfredo Ruggiero, presidente Excalibur

DIETA VEGETARIANA

TRE BUONI MOTIVI PER CAMBIARE ABITUDINI ALIMENTARI

di Rosy Di Mauro

 

 

Tolstoi diceva: "se i macelli avessero le pareti di vetro, saremmo tutti vegetariani", mentre J. Kellogg (quello dei cereali) scrisse: "non mangerò mai nulla che abbia avuto gli occhi". In Italia dopo l'epidemia di BSE "Mucca pazza" e i polli ed i maiali alla diossina del Belgio di 8 anni fa, i vegetariani sono arrivati a circa 3.000.000. Oggi i casi dell'Irlanda dovrebbero più che mai indurre un numero sempre maggiore di persone ad adottare una dieta vegetariana.

 

La dieta vegetariana si fonda essenzialmente su tre motivi. Primo, la salute: già da tempo l'autorevole "American Journal of Clinical Nutrition" ha definitivamente sgombrato il campo dagli equivoci e dai dubbi sull'alimentazione vegetariana, soprattutto in tenera età e nella fase dello sviluppo: la dieta vegetariana predisposta dal "Journal" mette alla base cereali integrali e legumi, poi frutta e verdure, frutta secca e semi, oli vegetali ed in alto (quindi tra i cibi da usare con moderazione) latte, latticini, uova e dolciumi.

 

Secondo uno studio del "British Medical Journal" i vegetariani hanno un rischio minore del 40% di contrarre malattie tumorali. Il che non è poco. Con la bistecca ingoiamo un sacco di medicine (tutte le sostanze somministrate agli animali prima della macellazione): dietilstilbestrolo, cortisone, antibiotici, sulfamidici, antitiroidei, vaccini, estrogeni, ormoni,…….

 

Secondo, la sofferenza animale: dietro la trasformazione dell'animale in prosciutti, salami e bistecche c'è un calvario di sofferenze inaudite: vitellini da latte strappati alle madri, polli e galline ovaiole spennate e con il becco smussato, maiali e cavalli immobilizzati e con luce accesa ventiquattro ore al giorno per l'ingrasso.

 

Come si fa a mantenere pallida, rosea e delicata la carne dei vitelli? Al terzo/quarto giorno di vita, si strappa il vitellino alla mamma, viene collocato in un box largo 40 cm. e lungo un metro e mezzo, legato con catena al collo per impedire ogni movimento (la catena può essere tolta quando il poveretto sarà cresciuto tanto da occupare tutto il ristretto spazio del box).

 

Non vedranno mai né paglia né fieno, poiché mangiarne potrebbe rovinare il tenue colorito delle carni. Nutriti con budini semiliquidi iper-proteici che causano un'inestinguibile ursura (l'acqua è loro assolutamente negata, per indurli a ipernutrirsi, mangiando più budino e più velocemente) e un'inarrestabile dissenteria per spingerli all'anemia al fine di sbiancare le carni. Così i vitellini si ammalano di infezioni, disordini digestivi e ulcere. Allora devono essere sottoposti a cicli costanti di trattamenti antibiotici, e dopo tredici/quindici settimane si portano al macello.

 

Terzo, paesi in via di sviluppo: un ettaro coltivato a soia (non transgenica) produce 1,800 chili di proteine vegetali, lo stesso terreno adibito a pascolo e allevamento ne produce appena 60. Il quaranta percento dei cereali prodotto nel mondo serve a sfamare gli animali da carne. Secondo la FAO ed il "Worldwatch Institute "i carnivori stanno distruggendo la Terra. Non c'è cibo a sufficienza per tutti". Se tutti fossimo vegetariani, la fame nel mondo sarebbe sconfitta.

 

Dobbiamo a questo punto chiederci perché, nonostante l'evoluzione durata milioni di anni, l'uomo come un cannibale non rinuncia a divorare i suoi fratelli più deboli?

 

Rosy Di Mauro 

November 06

ACQUA BENE DI TUTTI

 
 
PRIVATIZZAZIONE DELL'ACQUA

 

Le multinazionali alla conquista del Mercato dell'acqua pubblica 

Di Gianfranco Perlato*

 

Con l'Art. 23 bis del decreto legge recante la firma del ministro Tremonti ed approvato il 5 agosto di quest'anno si stabilisce che le reti idriche, pur rimanendo pubbliche, possono essere gestite da società private, come nel caso del gas e dell'energia elettrica.

Legge contraddittoria in quanto, se da un lato si ribadisce la natura pubblica del bene, dall’altro si spalancano le porte ai cosiddetti “privati”, ossia alle multinazionali.

L'acqua è un diritto di tutti,  un bene primario necessario per la vita dell'uomo e dell'ambiente che lo circonda e a nessuno dovrebbe essere permesso di usarla a fini speculativi. Sopratutto alle multinazionali.

Ismael Serageldin, vicepresidente della Banca Mondiale, aveva affermato pubblicamente che le guerre del XXI secolo, saranno i conflitti per potersi aggiudicare le risorse idriche del pianeta. Risorse che sono calate di circa il 30% negli ultimi trent’anni.

Nel Medio Oriente da diversi anni la Turchia (che ha una risorsa idrica pro capite superiore all'italia) è in conflitto con la Siria e l’Iraq per il controllo del Tigri e dell'Eufrate, mentre Israele dal canto suo ha esteso il suo controllo ai territori palestinesi dove vi è la maggiore presenza di acqua.

Con la privatizzazione mondiale del mercato dell'acqua, oggi bisogna porsi una domanda: se attualmente nel mondo ogni anno muoiono dai 40 ai 50 milioni di persone, come rileva la FAO, in un prossimo futuro quante ne morranno per sete?

In Italia il mercato delle acque minerali è quasi totalmente in mano alle multinazionali, proprietarie dei marchi più diffusi. La parte del leone la fanno la svizzera Nestlè (San Pellegrino, Lievissima, Panna, Recoaro, San Bernardo, Pejo, ecc) e la francese Danone (Ferrarelle, Guizza, Vitasnella, Boario, Fonte viva, San Benedetto, ecc).

Considerati i bassi costi di prelievo e gli altissimi ricavi, (per un litro d’acqua in bottiglia vanno dal 600 al 1.000%, nonostante le spese per il trasporto e per la pubblicità martellante) possiamo aspettarci un lotta senza quartiere per il controllo della nostra sete. La Nestlè, solo per fare un esempio, sta manovrando per il completo controllo dell’acquedotto pugliese, il più grande d’Europa.

A ciò si aggiunge la beffa degli oneri che lo Stato incassa per le concessioni: in pratica nulla. Tutte le acque sotterranee fanno parte del demanio, ma attualmente solo 6 regioni su 20 percepiscono un onere per il loro sfruttamento, Piemonte, Veneto, Umbria, Campania, Basilicata e Sicilia.

A Novembre 2006 la Conferenza Stato-Regione ha chiesto a quest'ultime di uniformare le tariffe, tariffe che, oltretutto, sono calcolate sulla base dell’estensione della sorgente e non della quantità di acqua prelevata.

La battaglia per il mantenimento del controllo pubblico delle reti idriche italiane è di vitale importanza, ne va del nostro futuro e di quello del nostro ambiente. Bisogna assolutamente vincerla.

Gianfranco Perlato

*Casa Pound -Varese

 

November 02

Basta favori al sistema

 

    LETTERA APERTA AD UN COMPAGNO ANTIFASCISTA

Premetto che per me la parola fascista non è un’offesa, non mi definisco tale solo perché la legge me lo vieta. Mi sento vicino a quel periodo storico perché sono convinto che in quell’esperienza politica, culturale, istituzionale e sociale possiamo trovare quegli elementi utili, anzi indispensabili, per avviare un serio dibattito su un nuovo modello di società e di sviluppo economico, basato sulla vera giustizia sociale e alternativo al sistema liberalcapitalista.

Ciò premesso vengo al dunque: ci troviamo su sponde politicamente opposte, a dividerci sono il giudizio sulla storia e il modello di società cui aspiriamo, ma io non ti considero un nemico. Anzi, ti ammiro perché hai il coraggio delle tue idee, non rinunci a nulla dei tuoi simboli e della tua storia, a differenza dei tanti, tantissimi politici che non hanno esitato un attimo a disconoscere il loro passato e a gettare alle ortiche i loro ideali per accostarsi al potere.

Il mio nemico non sei tu, compagno antifascista, il mio nemico si chiama Berlusconi che distribuisce soldi alle banche e promesse ai lavoratori; il mio nemico è l’America quando invade Paesi sovrani per gestire le loro risorse e spianare la strada alle multinazionali con l’aiuto della scodinzolante Europa; il mio nemico è lo Stato d’Israele che ghettizza il popolo Palestinese dopo averlo cacciato dalla sua terra; il mio nemico si chiama indifferenza, che pervade la nostra gioventù; il mio nemico si chiama povertà delle famiglie, sempre più indebitate; il mio nemico si chiama violenza, sempre più diffusa. Il mio nemico non sei tu, compagno antifascista, il mio nemico è il capitalismo, un’ideologia ottocentesca vecchia e superata che tuttavia governa il mondo, un’ideologia falsamente ammantata di libertà, democrazia e modernità, ma che in realtà affama i popoli, genera conflitti, distrugge l’ambiente e appiattisce le civiltà. Un’ideologia che tutto omologa in nome del libero mercato.

Caro compagno antifascista, sono sempre meno i giovani sinceramente impegnati a costruire un futuro migliore, nel tuo come nel mio schieramento, non sprechiamo le poche energie di cui disponiamo per batterci tra noi in nome di un anacronistico e patetico anticomunismo e antifascismo. Questo errore lo abbiamo già fatto una volta, negli anni settanta. In quegli anni ci siamo pesantemente confrontati, e mentre noi ce le suonavamo di santa ragione il potere democristiano se la rideva e continuava a coltivare i suoi interesi.

Non ricadiamo nello stesso errore, non facciamo l'ennesimo regalo a Berlusconi, Fini e Veltroni.

Non ti chiedo un patto d’alleanza, siamo troppo diversi, ti chiedo solo reciproco rispetto.

Gianfredo Ruggiero, presidente Excalibur

19 ottobre 2008

October 29

10 anni di devastazione ambientale

 


 25 ottobre 1998 - 25 ottobre 2008

 MALPENSA 10 ANNI DOPO


 

Domenica 26 ottobre a Malpensa è stato celebrato, in pompa magna alla presenza di Ministri e sottosegretari, il decennale del nuovo aeroporto.

Progettato male e senza collegamenti, questo aeroporto è stato voluto, da qualche mente bacata,  nel pieno del Parco Lombardo della Valle del Ticino, area classificata dall’UNESCO come riserva naturale della biosfera.

Grazie a  Malpensa  e alla Regione Lombardia (che ha promulgato una legge ad hoc per aggirare i vincoli ambientali e i piani regolatori comunali) il Parco del Ticino è diventato terra di conquista per imprenditori senza scrupoli e multinazionali estere che hanno fatto man bassa di aree, una volta protette e tutelate dalla legge, per costruirvi di tutto, dai centri logistici per lo stoccaggio dei prodotti provenienti dalla Cina, ai grandi alberghi, ai mega parcheggi e ai soliti immancabili centri commerciali.

Il colpo di grazia verrà dalla terza pista che porterà l’Area del Gaggio - ultimo lembo di brughiera sopravvissuto alle ruspe di Malpensa e polmone verde per una delle zone più inquinate e densamente popolate d’Italia – ad essere sommersa da una colata di cemento e asfalto: il delicato equilibrio ecologico dell’intera Valle del Ticino rischia di saltare per sempre.

Cosa ci sia da celebrare lo sanno solo loro.

26 Ottobre 2008

Circolo Culturale Excalibur - Varese


October 27

RAZZISMO A SINISTRA

 
 

Quando il razzismo viene da sinistra



 

E’ con profondo disgusto che inoltriamo alcuni passaggi di un  intervento dell’ex deputato di colore dei Ds Dacia Valent dal titolo "ITALIANI DI MERDA, ITALIANI BASTARDI" tratto dal suo sito http://www.verbavalent.com/

In questo delirante articolo l’esponente di sinistra definisce gli italiani:

“gente di merda e bastardi…. il peggio che la razza bianca abbia mai prodotto…..  un popolo di mafiosi, camorristi, ignoranti bastardi senza un futuro perché non lo meritano: che possano i loro figli morire nelle culle o non essere mai partoriti….”

Excalibur ha sempre condannato il razzismo, in ogni sua forma ed espressione, da quello becero contro gli immigrati a quello storico che ha portato in Europa alla persecuzione ebraica, cristiana prima e hitleriana poi, e in America allo sterminio dei pellirosse e alla reintroduzione della schiavitù.

Siamo contro il razzismo perché convinti che ogni persona vada considerata per il suo agire e non per il colore della sua pelle o per il luogo di provenienza.

A maggior ragione siamo contro la discriminazione razziale quando ad essere colpiti sono l’Italia e gli italiani, anche quegli italiani che con il loro voto hanno permesso a questo squallido personaggio di sedere in Parlamento e di godere dei privilegi (anche economici) riservati ai deputati italiani.

Ci auguriamo che la componente sana della sinistra sappia rigettare con vigore questo intollerabile atto di razzismo, e che lo faccia con la stessa forza e fermezza che dimostra quando a compiere simili atti è la parte avversa.

Circolo Culturale Excalibur - Varese

12 ottobre 2008

 

manifestazione contro la vivisezione

 

 

MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO LA VIVISEZIONE


 

Nel giorno di San Francesco Excalibur partecipa al

 

CORTEO NAZIONALE CONTRO LA “VIVISEZIONE PUBBLICA”

Commemorazione degli animali vivisezionati e uccisi all'Universita dell'Insubria di Busto Arsizio

 

indetta dalla Lav (Lega Anti Vivisezione)

 

BUSTO ARSIZIO (VA)

Sabato 4 Ottobre 2008

ORE 14:30

Piazzale Plebiscito (partenza corteo)

 

La sperimentazione animale è una pratica legale ed estremamente diffusa. Soltanto in Italia sono quasi un milione gli animali uccisi ogni anno nei laboratori di ricerca. La maggior parte di questi esperimenti sono finanziati dallo Stato e dagli Enti locali (comuni, province e regioni) e vengono praticati da Enti pubblici come ospedali ed università. In altre parole, anche se tu sei contrario, i tuoi soldi vengono spesi per vivisezionare animali innocenti. E’ ora di dire basta!

 

Il 4 ottobre 2008  Excalibur sarà in piazza insieme alla LAV e ad altre associazioni e partiti politici per chiedere ai nostri amministratori, nazionali e locali, che i soldi pubblici stanziati per la ricerca vengano vincolati all’utilizzo esclusivo di metodi che non prevedano l’uso di animali.

 

La manifestazione si svolgerà a Busto Arsizio (Varese), città-simbolo della lotta alla “vivisezione pubblica”. La LAV di Busto Arsizio è infatti impegnata dal 2003 nella campagna "BustoSenzaVivisezione" contro la sperimentazione animale nella locale "Università degli Studi dell'Insubria". Essendo l'Uninsubria ospite del Comune di Busto Arsizio in edifici comunali in virtù di una convenzione in fase di rinnovo, la campagna chiede che nella nuova convenzione sia inserito un vincolo di non utilizzo di animali nell'attività di ricerca scientifica.

 

La data del 4 ottobre non è stata scelta a caso, è l’anniversario dell’approvazione della “Risoluzione di San Francesco 2003”, con la quale il Consiglio Comunale di Busto Arsizio aveva chiesto all’amministrazione comunale che in città non si svolgessero esperimenti su animali. Un documento politico importantissimo, la cui applicazione è costantemente invocata dalla LAV bustese, che ogni 4 ottobre ne celebra l’anniversario commemorando tutti gli animali vivisezionati ed uccisi nei laboratori dell’Uninsubria proprio a causa della non-applicazione della Risoluzione di San Francesco 2003 da parte dell’amministrazione comunale, la quale oltre a non voler inserire alcun vincolo contro la vivisezione in quei locali ha anche partecipato alla cordata per l’istituzione di un altro istituto pubblico di sperimentazione animale, l’”Insubrias Biopark” di Gerenzano.

 

Excalibur dice NO alla vivisezione

 

 

September 20

Pro Memoria per l'On. Fini

 

LA STORIA NON SI CELEBRA, SI STUDIA

di Gianfredo Ruggiero


    Sul Fascismo Fini ha il diritto di cambiare opinione...noi di mantenerla.

 

Per motivi anagrafici non ho conosciuto il Fascismo, ma ho letto molto e più leggevo e più si consolidava in me la convinzione che nella storia, quella ufficiale, quella scritta dai vincitori, non contano i fatti, ma la loro interpretazione e il giudizio che ne deriva dipende dal colore della lente con la quale la si guarda.

Partiamo dal 1943, l'anno delle illusioni.

Si illusero i congiurati del Gran Consiglio del Fascismo di salvare il Regime sacrificando Mussolini; si illusero il Re e Badoglio di tradire l’alleato senza pagare dazio; si illusero i ragazzi di Salò di difendere l’onore d’Italia e finirono col combattere i propri fratelli; infine i partigiani che si illusero di sostituire la dittatura fascista con quella del proletariato, pensando di fare dell’Italia una repubblica sovietica e si ritrovarono invece a sostenere l’occupante americano.

Tutto ebbe inizio il 25 luglio. Caduta l’ultima illusione di vincere la guerra, arrestato Mussolini, dissolto il regime, allo sbando l’esercito, il timone tornò nelle mani del Re il quale, con l’assenso dei partiti in via di riorganizzazione e l’apporto dei vecchi notabili nel frattempo riesumati, affidò al Maresciallo Badoglio le sorti del nostro Paese.

Il nuovo governo si affrettò a rassicurare l’alleato tedesco circa la fedeltà dell’Italia e, nel contempo, avviò segreti contatti con gli angloamericani per passare armi e bagagli dalla parte del nemico, nella patetica illusione di uscire indenni da una guerra che volgeva al peggio.

L’8 settembre con i tedeschi in casa e senza preoccuparsi della sorte che sarebbe toccata alle nostre truppe, fino a quel momento impegnate a fianco dei tedeschi su tutti i fronti di guerra e su cui si sarebbe abbattuta l’ira di Hitler, arrivò l’annuncio di Badoglio che chiamò armistizio quello che in realtà fu tradimento: nel volgere di 24 ore i camerati divennero nemici e gli invasori alleati.

Questo atto scellerato non mutò le sorti del conflitto, non servì a lenire le sofferenze della popolazione civile che, invece, continuò a lungo a morire sotto i bombardamenti terroristici dell’aviazione angloamericana.  Servì solo a scatenare la furia vendicativa di Hitler, in quel momento padrone assoluto del nostro Paese, e a creare le premesse di quella guerra nella guerra le cui ferite ancora oggi stentano a rimarginarsi.

Solo la nascita della Repubblica Sociale Italiana e la ricostituzione di un esercito lealista cui aderirono, secondo uno studio di Silvio Bertoldi (“Soldati a Salò” ed. Rizzoli, Milano 1995) in seicentomila, frenò i propositi di Hitler che aveva previsto il totale smantellamento e trasferimento in Germania del nostro apparato industriale, la deportazione nei campi di lavoro e nelle fabbriche tedesche di tutti gli uomini che si fossero rifiutati di arruolarsi nella Wehrmacht e chissà cos’altro.

Le motivazione che spinsero tanti giovani ad entrare nel neo costituito esercito fascista repubblicano furono diverse e non sempre nobili (come spesso accade in questi casi): il rischio di fucilazione per i renitenti alla leva, l’intento di molti militari deportati nei campi di concentramento in Germania di tornare in Italia per poi disertare, la paga e la voglia di protagonismo. Vi aderirono anche fior di criminali, ma la stragrande maggioranza di essi lo fece per riscattare l’onore perduto e per sottrarre l’Italia alla vendetta hitleriana.

Questi giovani, uomini e donne, potevano, al pari di molti loro coetanei, aspettare in qualche luogo sicuro che la bufera passasse, oppure andare con partigiani le cui fila s’ingrossavano man mano che i tedeschi si ritiravano e la vittoria alleata si approssimava. Potevano, ma non lo fecero.

Preferirono continuare a combattere, in divisa e a volto scoperto, per quel senso dell’onore che oggi, in epoca di consumismo e individualismo, si fatica a comprendere,  consapevoli che le sorti del conflitto erano segnate e che difficilmente ne sarebbero usciti indenni (migliaia furono i soldati fascisti fucilati dopo la loro resa o condannati a morte dopo processi sommari, senza contare i massacri indiscriminati e le angherie e gli stupri subiti dalle giovani ausiliarie, come ampiamente documentato nei libri di Gianpaolo Pansa, di Giorgio Pisanò e di Lodovico Ellena, solo per citarne alcuni).

Questi sono i fatti, che ognuno può giudicare, ma che dubito si possano contestare. Con buona pace di quel Gianfranco Fini che dopo aver fatto carriera con i saluti romani, aver inneggiato al Fascismo del duemila e dopo aver definito Mussolini il più grande statista del secolo ce lo ritroviamo oggi, da presidente della Camera e aspirante successore di Berlusconi, a darci lezioni di antifascismo e di democrazia.

Di simili maestri non sappiamo che farcene.

 Gianfredo Ruggiero

(presidente Circolo Excalibur - Varese)