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Circolo Culturale Excalibur

E-Mail: excaliburitalia@libero.it
June 24

Olona in festa


FESTA DELLA VALLE OLONA, un successo


Si è conclusa con una grande affluenza di pubblico – oltre 1500 presenze complessive – la tre giorni di festa (musica, film, escursioni, cabaret e buona cucina tradizionale) che si è tenuta nel fondovalle di Fagnano Olona per il rilancio e la rinaturalizzazione della nostra Valle.

Significativa la presenza giovanile ai concerti (particolarmente apprezzati i Longobardeath, capofila del genere rock-metal in dialetto milanese),  ma anche ai dibattiti con gli amministratori locali e alla proiezione dei film tematici a conferma di una crescente sensibilità dei giovani verso le questioni ambientali.

Molto apprezzate, nonostante il caldo, le escursioni guidate lungo le sponde del fiume Olona e nei luoghi tipici della tradizione contadina.

Bilancio, quindi, lusinghiero che ci fan ben sperare per la prossima edizione e per le iniziative che saranno intraprese dall'Osservatorio dopo la pausa estiva.

Circolo Culturale Excalibur, 22 Giugno 2008

 

Quando a morire sono loro....

 

A CHI GIOVANO I CLANDESTINI ?

Due extracomunitari clandestini sono morti mentre lavoravano in nero in un cantiere del nord. Vorremmo vedere se adesso la Lega, e quanti a destra equiparano i clandestini ai delinquenti, sono pronti ad organizzare fiaccolate di protesta contro gli imprenditori settentrionali che si arricchiscono sulla pelle degli immigrati.

 

Se esiste l'immigrazione, più o meno clandestina, è perchè a qualcuno fa comodo e piantiamola con la storiella dei lavori umili rifiutati dagli italiani.

Circolo Excalibur - 14 Giugno 2008

Più Stato e meno mercato

 

INFRANTO IL MITO DEL LIBERO MERCATO

di Gianfredo Ruggiero


 

In Bolivia il Presidente Morales ha nazionalizzato la società di telecomunicazioni ENTEL controllata dall’italiana TELECOM. I boliviani, stanchi delle vessazioni economiche praticate dalla compagnia telefonica italiana che imponeva le tariffe più alte, e non giustificate, dell’intera America Latina, l’hanno cacciata riprendendosi il controllo dell’importante servizio pubblico.

In Italia, invece, Telecom e le altre compagnie telefoniche con cui è in finta concorrenza, continua imperterrita ad esercitare il suo strapotere, agevolata in questo dai governi Berlusconi, Prodi ed ora ancora Berlusconi che non ha nessuna intenzione di porre fine al monopolio dei privati per non turbare il mercato.

Detto questo va precisato che in Italia, nell’attuale situazione, una qualunque Azienda statalizzata diventerebbe terra di conquista dei partiti, dei super raccomandati e dei fannulloni (vedi le Partecipazioni Statali di democristiana memoria) e farebbe la fine dell'Alitalia che rischia di essere svenduta ad una società straniera  o regalata ai soliti amici banchieri nella speranza che qualcuno la salvi dal tracollo.

La risposta per salvaguardare l'Italianità e l'efficienza dei nostri servizi essenziali e strategici quali comunicazioni, trasporto, sanità, difesa, scuola, giustizia ed energia  e per il rilancio delle nostre industrie passa attraverso il coinvolgimento di tutte le parti in causa: lavoro, capitale e Stato. Vediamo come.

Proviamo a pensare una fabbrica senza operai, potrebbe esistere? No, come non potrebbe esistere un’Azienda senza il capitale necessario per impiantarla. Entrambe le componenti, lavoro e capitale, sono indispensabili. Perchè allora a decidere le sorti dell'Azienda deve essere solo il "padrone" che, da dittatore, decide vita, morte e miracoli dell’Impresa e dei suoi dipendenti?

Proviamo a pensare un Consiglio d’Amministrazione in cui oltre ai referenti del capitale (nelle grandi aziende sono quasi sempre i grossi gruppi bancari, spesso stranieri) siedano i rappresentanti liberamente eletti degli impiegati, operai e dirigenti, ossia di tutta la realtà articolata di una grande Impresa, certe operazioni avventate di tipo finanziario (vedi Parmalat e Cirio) o certe decisioni che portano beneficio solo agli azionisti, quali il trasferimento all’estero della produzione, non passerebbero di certo.

Non basta: proviamo anche a dare a tutti i lavoratori una busta paga in cui una parte, diciamo il 70%, è il classico salario, ma la restante parte derivi dalla suddivisione degli utili tra il capitale finanziario e tutti i lavoratori dell’Azienda. Ogni lavoratore darebbe il massimo di sè perché consapevole che il suo destino è legato a quello della “sua” fabbrica, nel bene come nel male, e sarebbe rassicurato dalla presenza dei suoi rappresentanti nel Consiglio d’Amministrazione.

Non basta ancora. Come la famiglia rappresenta la cellula base della società, allo stesso modo l’Azienda costituisce l’elemento strutturale del tessuto economico della Nazione e, anche in questo caso, lo Stato ha il dovere di tutelare, di aiutare a svilupparsi e d’intervenire in caso di difficoltà.

Se un’Azienda con migliaia di dipendenti per ragioni contingenti o per manifesta incapacità della dirigenza si ritrovasse in uno stato di crisi lo Stato, che non dovrà essere spettatore ma parte attiva, interviene e, a seconda delle circostanze, la sostiene con interventi economici o strutturali, fino al caso estremo della nomina di un nuovo amministratore, che non necessariamente dovrà essere espressione del capitale.

Lo sciopero, un metodo incivile retaggio dell’era preindustriale ottocentesca, non avrebbe più senso perché le eventuali controversie sarebbero risolte all’interno del Consiglio d’Amministrazione in cui, come detto, sono presenti stabilmente, con pari dignità e pari poteri tutte le componenti dell’Azienda. Quella che i politici e sindacalisti chiamano concertazione si realizza con il principio della “partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili dell’Impresa”.

Oggi il dipendente lavora per lo stipendio e il padrone per il profitto in un’ottica egoistica e spesso conflittuale, domani - con la socializzazione delle imprese - entrambi opereranno per il bene dell’Azienda e, cosa non secondaria, nell’interesse supremo della Patria. In un clima di concordia e pace sociale.

Proviamo, una volta tanto, ad ipotizzare un diverso modello di sviluppo, svincolato dalle logiche del libero mercato e distante dalle suggestioni di un decrepito marxismo. Una nuova forma di società basata sulla partecipazione (concetto che va ben oltre il principio della democrazia, ossia della rappresentanza parlamentare affidata esclusivamente ai partiti), che consenta finalmente di realizzare quella giustizia sociale senza la quale nessuna comunità civile può esistere.

In sintesi: freniamo il capitale e ricostruiamo uno Stato Sociale.

Gianfredo Ruggiero

(presidente Circolo Excalibur - Varese)

Dedicato a Bush


IL SOGNO AMERICANO

di Gianfredo Ruggiero


 

In occasione della vista del Presidente americano Bush in Italia ci permettiamo di tracciare un breve profilo dell'America, un Paese che pretende di cambiare i destini del mondo.

                                              ---------------------------------------------

L’America è comunemente conosciuta come la patria della libertà, come la nazione che più di ogni altra ha contribuito all’affermazione della democrazia nel mondo.

Il suo modello di società è considerato dai suoi estimatori come l’unico in grado di assicurare al mondo intero pace e benessere e di stabilire un nuovo ordine mondiale basato sulla concordia e sulla fratellanza.

Ma è proprio così? Siamo proprio sicuri che questo quadro sia reale e non dipinto ad arte?

Partiamo dalle origini: nel nuovo mondo venivano spediti direttamente dalle carceri i delinquenti di ogni risma, gli ergastolani, gli emarginati e gli avventurieri pronti a tutto. Puritani fanatici e vogliosi di rinverdire i fasti della Santa Inquisizione, cattolici perseguitati dai protestanti, ebrei vittime dei pogrom, affamati, asociali e spostati di ogni sorta, da tutto ciò nasce la "civiltà" americana.

Ha mosso i primi passi massacrando 10milioni di pellerossa per sottrarre loro la terra, lasciandoli morire di fame, di inedia e di alcolismo dopo averli ristretti in riserve sempre più piccole e prive di pascoli, unica loro fonte di sostentamento.

E’ diventata potente con il lavoro di 14milioni di africani strappati con la forza alla loro terra e trattati alla stregua di animali domestici su cui esercitare diritto di vita e di morte (mentre l’Europa romano-cristiana, vera culla di civiltà, si avviava a cancellare per sempre la schiavitù). Si sono dovuti attendere gli anni '60 per porre fine alla segregazione razziale in vigore in molti Stati USA.

Durante il secondo conflitto mondiale, il cui ingresso è stato fortemente voluto dall’influente apparato industriale americano per superare la crisi economica che si protraeva da dieci anni - dal fatidico venerdì nero di Wall Street - l’America ha massacrato milioni di civili inermi nei bombardamenti a tappeto delle città tedesche e italiane. Ad Amburgo come a Dresda perirono, bruciati vivi dagli ordigni incendiari o mitragliati dal volo radente dei caccia, oltre duecentomila civili, per poi completare l’opera con le bombe atomiche gettate su due delle più popolose città del Giappone (non ne bastava una?) oramai prossimo alla capitolazione.

I prigionieri tedeschi della Wehrmacht, ragazzi di 15 e 16 anni, rinchiusi nei campi di concentramento americani e inglesi venivano volutamente lasciati morire di fame, di malattie e di stenti. Costretti a scavarsi con le mani delle buche dove ripararsi dal freddo, sotto lo sguardo indifferente dei carcerieri alleati.

A guerra finita i “liberatori” si girarono dall’altra parte quando i partigiani comunisti massacravano i fascisti o presunti tali, familiari compresi. Quando riempivano le fosse comuni con i corpi straziati dei giovani soldati della Repubblica Sociale Italiana arresisi dopo il 25 aprile.

Nel dopoguerra, dopo averci distrutto le città con i bombardamenti terroristici del ’44, l’America, con il piano Marshall, ha investito in Italia grandi capitali per farci diventare una sua docile e redditizia colonia (cambiano i tempi, mutano gli scenari ma la logica statunitense è sempre la stessa: distruggere per poi gestire il business della ricostruzione  come sta avvenendo in Iraq e Afganistan). Al riguardo si parla tanto degli aiuti americani, ma si dimenticano gli enormi contributi, veramente disinteressati, provenienti dall’Argentina. Ogni giorno navi stracolme di ogni cosa hanno fatto la spola tra il Paese di Evita Peron e l’Italia, ma di questo nessuno ne parla.

Durante la guerra del Vietnam per stanare i vietcong gli americani non esitarono a bruciare con le bombe al napalm interi villaggi, con le persone dentro. Tali operazioni venivano cinicamente chiamate “disinfestazioni”.

Negli anni settanta e ottanta l'America ha sostenuto le più sanguinose dittature militari sia in sud America, dove la CIA ha organizzato e finanziato i più cruenti colpi di stato, sia in Grecia e in Turchia con i regimi dei colonnelli. Salvo poi disconoscerli dopo che ebbero fatto il lavoro sporco o essere diventati poco utili ai suoi disegni geopolitici.

L’Iraq, per giungere ai giorni nostri, era uno Stato sovrano, retto da una dittatura non tanto diversa da quella che possiamo trovare nei Paesi islamici amici dell’America come l’Arabia Saudita e gli Emirati arabi e sicuramente meno feroce di quella cinese con la quale l’amministrazione Bush e l’Italia intrattengono ottimi rapporti d'affari. Le varie etnie e religioni coesistevano pacificamente (l’ex vice di Saddam Aziz è cristiano) anche grazie al pugno di ferro del Rais. Con gli americani non c’è più un edificio in piedi, neppure i luoghi di culto sono risparmiati e lo spettro della guerra civile è alle porte. Per non parlare dell’economia divenuta totalmente dipendente dall’America dopo che questa  si è impadronita del petrolio iracheno.

Sotto le macerie delle loro abitazioni, distrutte dalle bombe a stelle e strisce, sono morte 162mila persone e almeno 30mila bambini; un’intera città, Falluja, è stata bombardata giorno e notte con armi al fosforo che hanno bruciato vivi e corroso migliaia di uomini, donne vecchi, e bambini; ai posti di blocco i soldatini di Bush dal grilletto facile uccidono decine di persone al giorno (come è successo al nostro povero Calipari). Nelle carceri americane in Iraq e a Guantamano la tortura non è una novità.

In Afganistan, per rimanere nel campo delle guerre preventive, con l’occupazione americana è ripresa con vigore la produzione di oppio.

L’America conserva un poco invidiabile primato, quello di essere la prima produttrice e utilizzatrice al mondo di armi di distruzione di massa, una vera e propria democrazia a mano armata: dalle bombe atomiche gettate sul Giappone, che ancora oggi mietono vittime a causa delle radiazioni, alle armi chimiche utilizzate in Vietnam e Iraq e per finire agli ordigni all’uranio impoverito utilizzati nei Balcani, causa primaria delle morti per cancro tra la popolazione e tra gli stessi soldati, molti dei quali italiani.

Il bussines degli armamenti rappresenta una voce primaria del bilancio USA: le armi americane sono esportate in tutto il mondo, ovunque vi siano focolai di guerra. Nei paesi poveri scarseggiano il cibo e le medicine ma non le pallottole made in Usa. Non è un caso che negli ultimi vent’anni la fame del mondo invece di diminuire è aumentata ed è tutt’ora in costantemente crescita, come la diffusione delle armi.

La cultura e lo stile di vita americani sono intrisi di violenza: un’arma non si nega a nessuno, neppure agli adolescenti. Nei sobborghi delle città americane, all’ombra degli sfavillanti grattacieli, l’emarginazione, la violenza e l’alcolismo sono di casa. La stessa cinematografia è imperniata sui gangsters, sui cow boys che uccidono gli indiani e sulla forza bruta del potere.

Non è un caso che l’America è oggi l’unico paese del mondo occidentale a praticare la pena di morte. Come nei tanto osteggiati Paesi islamici e nelle peggiore dittature comuniste e militari.

Venuta meno la minaccia sovietica ci saremmo aspettati un progressivo disimpegno militare americano in Europa, invece la Nato (leggi America) ha mantenuto sul nostro suolo il suo enorme apparato bellico fatto di 113 basi militari - mantenute con i nostri soldi - alcune delle quali nucleari (alla faccio del referendum che lo ha bandito). A quale scopo? Per difenderci dalla Svizzera o per rimarcare, anche militarmente, il nostro stato di impotenza e di dipendenza dagli USA?

L’America è sicuramente un grande Paese, sotto il profilo economico e, soprattutto, militare, ma dal punto di vista umano e civile non ha proprio nulla da insegnarci. E rattrista vedere i nostri politici e intellettuali, di destra ma anche di sinistra, guardare con simpatia e ammirazione all’America, come se noi europei, maestri di cultura e civiltà, noi europei, che abbiamo insegnato al mondo a camminare, non fossimo in grado sviluppare un nostro modello di società, ancorato ai nostri valori di umanità e di giustizia sociale.

Gianfredo Ruggiero

(presidente Circolo Excalibur - Varese)

La fine del '68

 

CHE FINE HA FATTO IL '68?

 

Dopo 40 anni ci si domanda come mai il 68’ non si è realizzato.

Eppure sembrava che tutto andasse nella direzione giusta. Le battaglie per i diritti civili in America, per la fine della guerra in Vietnam, per la libertà dell’Irlanda del Nord e contro la tirannia sovietica sembrava potessero cambiare il mondo. Sembrava….

Invece a bloccare le speranze di una intera generazione in Italia ci hanno pensato i comunisti, che hanno imposto la loro vetusta ideologia e diviso i giovani in nome di un anacronistico antifascismo; ad Est  sono intervenuti i carri armati sovietici, mentre nel resto dell’Occidente è stata la disillusione per la mancanza di un progetto politico alternativo al sistema capitalista a decretarne la fine.

E quella splendida esperienza generazionale, quella voglia sincera di libertà e di partecipazione si è dissolta nelle acque torbide della politica dei partiti e nel sangue degli anni di piombo, per poi defluire nel privato e nell’apatia generalizzata.

Oggi i giovani riempiono le discoteche, affollano i Rave Party, ma disertano la politica. Domandiamoci perché, prima di sparare a zero sul sessantotto.

Gianfredo Ruggiero, circolo Excalibur

 

May 25

Quanta demagogia

 

Via gli Statali fannulloni,

afferma il neo Ministro Brunetta.

 

Siamo d’accordo, ma lo saremmo ancor di più se lo stesso trattamento fosse esteso agli inamovibili Onorevoli assenteisti o ai quei "rappresentanti del popolo" che durante le sedute del Parlamento sonnecchiano, leggono i giornali, parlano al telefonino, chiacchierano tra loro o si rimpinzano alla buvette per poi rientrare frettolosamente al momento del voto (con in mano il fogliettino con le istruzioni).

Politici e amministratori che, oltretutto, percepiscono ben altri stipendi.

Diano l’esempio, se vogliono mantenere un minimo di credibilità.

Artorius

A destra per il suicidio

 

  

AVANTI CON IL NUCLEARE,

ma con le scorie come la mettiamo?

di Gianfredo Ruggiero

   

 

Dall’incidente di Cernobil sono passati 21 anni; la tecnologia in campo nucleare ha fatto notevoli progressi (si parla di quarta generazione di reattori, che saranno sicuramente più sicuri e affidabili di quelli attuali), ma  nessun passo avanti è stato fatto per risolvere il problema del trasporto e dello stoccaggio del materiale radioattivo. Alla domanda  "come si pensa di affrontare la questione?" La risposta stizzita degli “esperti” pro-nucleare è sempre la stessa: ci penseremo!

E’ da quando è stato attivato il primo reattore, dagli anni cinquanta, che ci stanno pensando, ma il problema è ancora lontano dall’essere risolto.

Il nuovo governo, sull’onda emotiva dei rincari petroliferi e dietro pressione della lobby nucleare, parla di costruire nuove centrali.  Le vecchie, che dovevano essere demolite e i rifiuti radioattivi messi in sicurezza, sono ancora lì in balia di sé stesse, in tutta la loro pericolosità. Vere e proprie bombe ecologiche.

Dopo 20 anni e qualche figuraccia come quella di Scanzano Jonico dove il governo Berlusconi (ancora lui) è stato costretto a furor di popolo a fare dietro front, non è stato ancora trovato un sito dove stoccare i rifiuti radioattivi. Scorie che, come sanno anche i sassi (ma evidentemente non i nostri politici), rimangono letali per migliaia d’anni.

Un altro aspetto su cui si tenta di sorvolare è quello della fonte.. L’uranio non solo è in pochissime mani (si passerebbe dalla dipendenza da petrolio a quella da uranio), ma è oltretutto scarso e, se fosse pienamente utilizzato dai quei paesi che dispongono di un gran numero di centrali, si esaurirebbe nel giro di pochissimi anni.

La soluzione, per un Paese come il nostro ricco di fonti energetiche naturali ed inesauribili, c’è ed è a portata di mano. Basta seguire l’esempio della Spagna che produce già il 25% del suo fabbisogno energetico tramite fonti alternative ed ha in programma la costruzione di 20 centrali ad energia solare che raddoppieranno la produzione pulita d’elettricità; l'Austria produce già ora il 60% del fabbisogno nazionale da fonti rinnovabili; la Germania e la Svezia si accingono a ridimensionare pesantemente il loro programma nucleare a favore dell’energia pulita.

"Il sole – ricordano in una petizione oltre 600 docenti e ricercatori italiani - è una stazione di servizio inesauribile che in un anno invia sulla Terra una quantità di energia pari a diecimila volte il consumo mondiale".

L’Italia, il paese del sole, potrebbe, attraverso grandi centrali termodinamiche e la diffusione dei pannelli fotovoltaici sui tetti delle case e dei capannoni industriali, raggiungere in poco tempo, senza alcun pericolo e a costi contenuti la piena autosufficienza energetica. Senza contare le altre fonti pulite e rinnovabili di cui il nostro Paese è ricco. L’unico dubbio: ci sarà da speculare?

 

 Gianfredo Ruggiero, presidente Excalibur

May 24

Con la destra al potere....

 

DEMOCRAZIA ARMATA

e LIBERTA' VIGILATA 

Si avverte una sensazione sgradevole nell’apprendere le misure annunciate dal Governo per arginare la criminalità dilagante e contenere l’emergenza rifiuti.

Provvedimenti all'insegna del pugno duro e della tolleranza zero: espulsioni di massa, inasprimento delle pene, esercito a presidiare le discariche e carcere a chi le contesta. Sono queste le uniche risposte, violente e repressive, che la destra di governo sa dare.

Come se non bastassero gli allarmi e le porte blindate in ogni casa, le telecamere ad ogni angolo di strada e un esercito di poliziotti, carabinieri, vigili e vigilantes a presidiare le Città.

E pensare che c’è stato un periodo in cui i nostri nonni potevano lasciare la porta aperta e dormire con le finestre spalancate, le ragazze passeggiare fino a notte fonda senza temere nulla e i bimbi andare a scuola da soli. Ma si sa, quelli erano altri tempi, c’era la dittatura, mentre ora siamo in... democrazia.

Sbaglio o c’è qualcosa che non quadra?

Artorius

May 15

ELOGIO DEL '68

 

ELOGIODEL '68

di Gianfredo Ruggiero

 

Il ’68 è generalmente considerato un’espressione della sinistra marxista e velleitaria. Fu invece, perlomeno nella sua fase iniziale, un movimento politicamente trasversale e senza alcuna connotazione ideologica prevalente.

Anzi,possiamo affermare che s’ispirò maggiormente alla cultura di destra (quando destra era sinonimo di fascismo) che a quella di sinistra.

E’ nato nei primi anni sessanta nei campus universitari americani ispirandosi al pacifismo di Ezra Pound, il poeta anti-usura, nemico delle banche, incarcerato per 13 anni in un manicomio criminale per aver aderito alla Repubblica Sociale di Mussolini. Il suo slogan preferito,“l'immaginazione al potere", è stato preso in prestito dal movimento legionario di D’Annunzio.

Gli hippies gridavano “Frodo lives!” riferendosi al “Signore Degli Anelli” di Tolkien, il libro sacro della destra radicale.

Se nel mondo occidentale il movimento del ’68 si è caratterizzato in chiave anticapitalista, nell’Europa dell’Est ha assunto una connotazione anticomunista che ha portata giovani come Jan Palach in Cecoslovacchia e Alain Escoffier in Francia ad immolarsi col fuoco per la libertà dei popoli oppressi dal comunismo e condannati dall’indifferenza dell’Occidente.

In definitiva il ’68 ha rappresentato, per dirla con Julius Evola, una “rivolta contro il mondo moderno”.

Poi sono arrivati i partiti e quelli più forti hanno imposto la loro ideologia. La parte del leone l’hanno fatta i partiti comunisti.

In Italia la Democrazia Cristiana, con l’Arco Costituzionale di De Mita, ha contribuito a riesumare l’antifascismo per dividere la gioventù e per mettere fuori gioco la destra politica per avviarsi, con questa onorificenza, a costruire il compromesso storico con il Pci, poi degenerato nel consociativismo.

Nel resto d’Europa hanno invece prevalso i carri armati sovietici ad Est e la disillusione per la mancanza di un progetto politico alternativo ad Ovest.

E quella splendida esperienza generazionale, quegli entusiasmi, quella voglia sincera di libertà e di cambiamento, si sono poi dissolti nelle acque torbide della politica, la stessa d’oggi, e nel sangue degli anni di piombo, per poi defluire nel privato e nell’apatia generalizzata.

Artorius

May 08

I fatti di Verona

 

VERONA E GLI ALIENI

 

Riguardo i fatti di Verona finalmente possiamo tirare un sospiro di sollievo: non sono figli di questa società, non sono ragazzi normali, studenti, lavoratori… facce da bravi ragazzi. Sono naziskin, una sorta di entità aliena venuta da chi sa dove per guastare la nostra comunità.

Poco importa che questi delinquenti non abbiano mai letto un libro di storia o messo piede in una sede di partito, che del nazismo conoscano a malapena i simboli e gli aspetti esteriori (se fossero vissuti in quel periodo sarebbero finiti nei campi di lavoro a calci nel sedere), ciò che conta è appiccicargli un’etichetta infamante che ci permetta di disconoscerli.

Gli stupratori sono rumeni, i ladri sono albanesi, i picchiatori sono neonazisti….. Fine del discorso!

Ma con i pedofili, con i padri e i mariti violenti, con i giovani impasticcati, con i vicini di casa che fanno stragi, con le cosche che controllano mezza Italia, con i politici corrotti, con gli evasori, con gli sfruttatori di immigrati, come la mettiamo? Sono Alieni pure loro o sono, piuttosto, il prodotto di questa società?

 

Artorius

May 04

Socializzazione delle Imprese

 

Da destra si grida allo scandalo per aver infranto il mito del libero mercato, da sinistra si applaude per un ritorno di fiamma dello statalismo.

LA BOLIVIA CACCIA LA TELECOM E SI RIPRENDE IL PIENO CONTROLLO DELLE TELECOMUNICAZIONI

 

In Bolivia il Presidente Morales ha nazionalizzato la società di telecomunicazioni ENTEL controllata dall’italiana TELECOM. I boliviani, stanchi delle vessazioni economiche praticate dalla compagnia telefonica italiana che imponeva le tariffe più alte, e non giustificate, dell’intera America Latina, l’hanno cacciata riprendendosi il controllo dell’importante servizio pubblico.

In Italia, invece, Telecom e le altre compagnie telefoniche con cui è in finta concorrenza, continua imperterrita ad esercitare il suo strapotere, agevolata in questo dai governi Berlusconi, Prodi ed ora ancora Berlusconi che non ha nessuna intenzione di porre fine al monopolio dei privati per non turbare il mercato.

Detto questo va precisato che in Italia, nell’attuale situazione, una qualunque Azienda statalizzata diventerebbe terra di conquista dei partiti, dei super raccomandati e dei fannulloni (vedi le Partecipazioni Statali di democristiana memoria) e farebbe la fine dell'Alitalia che rischia di essere svenduta ad una società straniera  o regalata ai soliti amici banchieri nella speranza che qualcuno la salvi dal tracollo.

La risposta per salvaguardare l'Italianità e l'efficienza dei nostri servizi essenziali e strategici quali comunicazioni, trasporto, sanità, difesa, scuola, giustizia ed energia  e per il rilancio delle nostre industrie passa attraverso il coinvolgimento di tutte le parti in causa: lavoro, capitale e Stato. Vediamo come:

Proviamo a pensare una fabbrica senza operai, potrebbe esistere? No, come non potrebbe esistere un’Azienda senza il capitale necessario per impiantarla. Entrambe le componenti, lavoro e capitale, sono indispensabili. Perchè allora a decidere le sorti dell'Azienda deve essere solo il "padrone" che, da dittatore, decide vita, morte e miracoli dell’Impresa e dei suoi dipendenti?

Proviamo a pensare un Consiglio d’Amministrazione in cui oltre ai referenti del capitale (nelle grandi aziende sono quasi sempre i grossi gruppi bancari, spesso stranieri) siedano i rappresentanti liberamente eletti degli impiegati, operai e dirigenti, ossia di tutta la realtà articolata di una grande Impresa, certe operazioni avventate di tipo finanziario (vedi Parmalat e Cirio) o certe decisioni che portano beneficio solo agli azionisti, quali il trasferimento all’estero della produzione, non passerebbero di certo.

Non basta: proviamo anche a dare a tutti i lavoratori una busta paga in cui una parte, diciamo il 70%, è il classico salario, ma la restante parte derivi dalla suddivisione degli utili tra il capitale finanziario e tutti i lavoratori dell’Azienda. Ogni lavoratore darebbe il massimo di sè perché consapevole che il suo destino è legato a quello della “sua” fabbrica, nel bene come nel male, e sarebbe rassicurato dalla presenza dei suoi rappresentanti nel Consiglio d’Amministrazione.

Non basta ancora. Come la famiglia rappresenta la cellula base della società, allo stesso modo l’Azienda costituisce l’elemento strutturale del tessuto economico della Nazione e, anche in questo caso, lo Stato ha il dovere di tutelare, di aiutare a svilupparsi e d’intervenire in caso di difficoltà.

Se un’Azienda con migliaia di dipendenti per ragioni contingenti o per manifesta incapacità della dirigenza si ritrovasse in uno stato di crisi lo Stato, che non dovrà essere spettatore ma parte attiva, interviene e, a seconda delle circostanze, la sostiene con interventi economici o strutturali, fino al caso estremo della nomina di un nuovo amministratore, che non necessariamente dovrà essere espressione del capitale.

Lo sciopero, un metodo incivile retaggio dell’era preindustriale ottocentesca, non avrebbe più senso perché le eventuali controversie sarebbero risolte all’interno del Consiglio d’Amministrazione in cui, come detto, sono presenti stabilmente, con pari dignità e pari poteri tutte le componenti dell’Azienda. Quella che i politici e sindacalisti chiamano concertazione si realizza con il principio della “partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili dell’Impresa”.

Oggi il dipendente lavora per lo stipendio e il padrone per il profitto in un’ottica egoistica e spesso conflittuale, domani - con la socializzazione delle imprese - entrambi opereranno per il bene dell’Azienda e, cosa non secondaria, nell’interesse supremo della Patria. In un clima di concordia e pace sociale.

Proviamo, una volta tanto, ad ipotizzare un diverso modello di sviluppo, svincolato dalle logiche del libero mercato e distante dalle suggestioni di un decrepito marxismo. Una nuova forma di società basata sulla partecipazione (concetto che va ben oltre il principio della democrazia, ossia della rappresentanza parlamentare affidata esclusivamente ai partiti), che consenta finalmente di realizzare quella giustizia sociale senza la quale nessuna comunità civile può esistere. 

Freniamo il capitale e ricostruiamo uno Stato Sociale.

Gianfredo Ruggiero, presidente Excalibur

April 29

Boicottare le olimpiadi? Si, per lavarsi la coscenza!

 

Repressione cinese e ipocrisia occidentale

 

La Cina è una dittatura e come tutte le dittature che si rispettino esercita il suo potere con il pugno di ferro e non ammette secessioni. Non lo scopriamo oggi, ma lo sappiamo da sempre, da quando Mao, nel 1949, ha preso il potere. Questo però non c’impedisce di fare lucrosi affari con Pechino, di impiantare fabbriche e di far produrre, a basso costo, quei beni di largo consumo poi venduti in Europa a prezzi esorbitanti (salvo poi lamentarci per l’invasione dei prodotti Made in China che costringono alla chiusura le nostre aziende).

Mi viene da sorridere, quando penso ai giovani di An (non me ne vogliano i miei amici di Azione Giovani) che organizzano convegni per denunciare i Laogai (campi di lavoro forzato dove si produce per le multinazionali americane ed europee) e manifestano a favore del Tibet libero mentre il loro capo, Gianfranco Fini, invoca la fine dell’embargo alla vendita di armi da guerra alla Cina.

Questo è il nostro Occidente, e per Occidente intendiamo l’America visto che l’Europa ha  perso da tempo la sua identità politica e culturale per diventare un’appendice degli Usa.

Con quale coraggio denunciamo l’annessione cinese del Tibet dopo aver invaso, devastato e fatto precipitare in una sanguinosa guerra civile due paese sovrani come l’Afghanistan e L’Iraq con il pretesto della democrazia?

Con quale faccia tosta ci prepariamo a invadere l’Iran per impedire agli iraniani di dotarsi di armi nucleari, quando il più grande produttore, esportatore e utilizzatore al mondo di armi di distruzione di massa è proprio l’America?

Dai bombardamenti a tappeto sulle città italiane e tedesche sul finire della guerra, dalle bombe atomiche sganciate su due delle più popolose città del Giappone (non ne bastava una?), agonizzante e prossimo alla resa, dalle bombe al napalm per bruciare i villaggi vietnamiti con i contadini dentro, dalle bombe al fosforo che hanno corroso e scarnificato 20mila persone, donne, vecchi e bambini, a Falluja in Iraq, fino alle armi all’uranio che hanno contaminato migliaia di bosniaci e che ancora oggi mietono vittime tra i civili e tra gli stessi soldati che ne sono venuti a contatto l’America si è sempre distinta nel massacrare, dall’alto dei suoi aerei, civili inermi per tutelare i suoi interessi economici e geopolitici e imporre, con le buone o con le cattive, il suo modello di civiltà usa e getta.

Ci domandiamo fino a quando dovremmo tollerare, non il sonno ma l’ipocrisia e la barbarie di questo Occidente sempre più americanizzato?

Se veramente vogliamo aiutare il Tibet invece delle olimpiadi, che andrebbero lasciate agli sportivi,  boicottiamo le aziende occidentali che fanno affari in Cina e protestiamo contro i nostri governi che stringono mani grondanti di sangue in nome del libero mercato.

Artorius

 

April 12

convegno

 
DOPO DARWIN - CONVEGNO A GALLARATE

Venerdì 18 Aprile 2008 – Ore 21

Sala Convegni “ex-Cinema Impero”

Piazza Risorgimento, angolo Via U. Foscolo

GALLARATE

CONFERENZA PUBBLICA

DOPO DARWIN

Critica ragionata all’evoluzionismo

 

 

QUANDO

Una teoria scientifica non viene dimostrata, ma accettata e sostenuta per fini ideologici o per conformismo culturale

LA SCIENZA MUORE E

L’OMOLOGAZIONE TRIONFA

 

 

 

Se non sei ancora rassegnato a discendere

da una scimmia è necessario partecipare

(se lo sei già...è indispensabile)

relatore

Dott. Giuseppe SANTORO

introduce

Gianfredo RUGGIERO (presidente Circolo Excalibur)

 

 

Segue dibattito con il pubblico

 

 

Agli studenti delle superiori si rilascia attestato di partecipazione per credito scolastico

February 15

Non fu pulizia etnica.

 

FOIBE

…e alla fine la colpa fu del Duce

La vicenda delle Foibe viene presentata da destra come un caso di polizia etnica a danno della comunità italiana e da sinistra come ritorsione verso l’italianità imposta da Mussolini.

Sbagliano entrambi perché non fu pulizia etnica bensì pulizia ideologica; non fu ritorsione, ma semplice eliminazione di potenziali nemici.  I partigiani di Tito, infatti, non agivano a  casaccio, non colpivano gli italiani in quanto tali rastrellandoli per strada alla maniera bosniaca, se fosse stato così le vittime sarebbero state infinitamente di più, sarebbe stato un vero bagno di sangue. I miliziani comunisti operavano, invece, in maniera estremamente selettiva, sulla base di elenchi con nomi, cognomi e indirizzi – le famigerate liste di proscrizione – alla cui compilazione contribuirono in maniera diligente i comunisti nostrani.

E chi erano queste persone che nottetempo venivano prelevate dalle loro case, legate tra loro e gettate vive nelle cavità carsiche? Erano italiani qualunque? No, erano italiani che appartenevano ad una categoria ben precisa. Erano - per dirla con una direttiva delle stesso Maresciallo Tito - fascisti o presunti tali.

Il motivo di tanto accanimento è abbastanza semplice da comprendere: nell’ottica dell’annessione di quelle terre alla Jugoslavia comunista i fascisti, e tutti coloro che in qualche modo erano legati allo Stato italiano, avrebbero potuto, in quanto irriducibilmente anticomunisti, costituire un problema  per il nascente stato marxista per cui andavano eliminati...alla maniera comunista.

Naturalmente nella concitazione e nel clima di generale impunità che si andò a creare nelle Foibe ci finì di tutto: prelati, borghesi e perfino qualche partigiano italiano che ebbe un sussulto di amor di Patria e tentò di opporsi all’annessione di quelle terre alla Jugoslavia.

Un altro aspetto che viene volutamente ignorato riguarda la difesa di quelle terre dalle bande partigiane. Quel lembo di terra italiana fu strenuamente difeso da due reparti dell’esercito italiano: i b